Hulk

La primavera; la temperatura più alta; l’escursione termica tra il viaggio di andata (freddo) e quello di ritorno (caldo); i vagoni non climatizzati o ancora riscaldati; i finestrini sigillati oppure troppo aperti.
Niente di nuovo per chi pendola.
In uno dei primi caldi pomeriggi primaverili, sono sul treno del ritorno.
Una giovane coppia si butta, letteralmente, sui sedili di fronte al mio.
Baldanzoso lui, sfacciatamente felice lei che ostenta l’orgoglio per il suo maschio tamarro, il quale sottolinea il suo disappunto per il caldo con una bestemmia da manuale, udibile da tutto il vagone.
Lei, ride sguaiatamente.
Il ganzo, poi, si alza e, con fatica, abbassa il finestrino di pochi centimetri alla volta, mostrando il bicipite – scoperto dalla manica arrotolata – sino alla sua totale apertura.
Il treno intanto è partito e l’aria che in stazione era un refrigerio, ora è fastidiosamente fredda. Qualcuno comincia a lamentarsi ma nessuno chiede esplicitamente di chiudere il finestrino.
La coppia intanto si manifesta il proprio reciproco affetto in modo molesto: smadonnando lui, gorgheggiando rumorosamente lei. I vicini, me compresa, sopportano, chi più chi meno, senza lamentarsi.
Poi, da metà carrozza, si alza un colosso d’uomo, di scuro vestito, con l’espressione di chi ha superato la soglia della sopportazione (che ho idea non debba essere molto alta).
Viene verso di noi, con passo pesante e deciso, fissando la coppia che gli da le spalle e si accorge di lui soltanto quando si infila tra le nostre ginocchia, prontamente ritirate.
Il vagone si fa silenzioso.
La montagna umana, in un sol colpo, chiude il finestrino, senza distogliere gli occhi da quelli del tamarro che ha perso baldanza e sorriso e, infine, ergendosi imponente, ordina: “ E adesso, zitti!”.
 
La coppia riprende il ritmo regolare del respiro soltanto quando Hulk torna a sedere, a qualche metro di distanza.
Il giovane innamorato allora, per salvare la faccia, propone, saggiamente, all’amata la condivisione degli auricolari dell’Ipod.
Nessun incidente sino a destinazione.

Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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5 risposte a Hulk

  1. Sonia ha detto:

    Il tuo racconto mi ricorda l’inizio del libro “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo. Anche lì c’è un gruppo di persone a disagio a causa di qualcosa, anche lì il gruppo di persone subisce passivamente senza reagire, sopportando il fastidio senza dire nulla. Anche lì una sola persona entra in azione per rimuovere la causa del problema. Come mai?
    “Da anni a luglio ripeto un esperimento il cui esito finale spero mi sorprenda ma che finora mi ha dato sempre uguale risultato. La linea 94 è la linea di autobus che collega le varie fermate della circonvallazione interna di Milano, quella denominata anche “la cerchia dei Navigli”; si tratta di una linea molto frequentata, che i milanesi prendono spesso. Anche chi usa sempre l’auto almeno una volta sulla 94 ci è salito. Attendo una mattina quando la temperatura, quella torrida milanese di luglio, e l’umidità sono altissime e intorno alle undici vado alla fermata della 94. Salgo e mi assale il caldo opprimente, l’aria è irrespirabile, gli abiti si appiccicano al corpo, la promiscuità con gli altri rende il tragitto ancora più faticoso; alcune persone intorno a me sbuffano infastidite dall’afa, altri sopportano, remissivi e sudati.
    Tutti i finestrini sono chiusi.
    Mi faccio strada educatamente tra i passeggeri e, in silenzio, comincio ad aprire il primo finestrino, parto sempre dal fondo dell’autobus. L’impresa non è agevole: i finestrini a scorrimento della 94, forse per lo scarso utilizzo, resistono alla spinta, io in più devo sporgermi per raggiungerli, stando in equilibrio per non urtare i passeggeri i cui posti sono proprio sotti i suddetti finestrini. Posso spingere con una sola mano, altrimenti perdo l’equilibrio: compito quindi non facile. All’inizio questa mia impresa prevedeva coraggio e determinazione: dal secondo finestrino in poi, infatti, tutti gli sguardi erano su di me, alcuni interrogativi, altri impassibili, e io mi sentivo comprensibilmente imbarazzata, ma pareva di star facendo qualcosa di ardito o sconveniente. Ora, dopo anni, proseguo come chi sa bene quello che fa, incurante della curiosità provocata. Dal secondo finestrino aperto in poi, l’interesse svagato delle persone intorno a me diventa attenzione interrogativa, come se proprio non si spiegassero cosa sto facendo: come se l’apertura del primo finestrino rispondesse a un desiderio personale di soddisfare un mio bisogno di refrigerio. Ma l’apertura del secondo, del terzo… perché? Con la terza faticosa apertura accade quasi sempre che un passeggero mi si avvicini e, senza che ci sia un accordo verbale, si sporge con me e mette la mano accanto alla mia per rafforzare la spinta: lo guardo con gratitudine, lui pare soddisfatto. Dal quarto in poi altri si avvicinano e, con coraggio e una certa arditezza, pongono la mano sopra la mia per aumentare la spinta. Finita la fila di destra, ricomincio con quella opposta: qui il lavoro si fa spedito, alcuni mi sorpassano e, precedendomi solerti, anticipano l’apertura. I passeggeri seduti sotto i finestrini si alzano per facilitarmi il lavoro. Sempre, verso la fine, qualcuno, di solito un anziano, dice a voce alta: “Era ora! Si moriva di caldo”. Molti annuiscono, altri confermano a voce alta. Adesso fa un po’ più fresco, se non altro l’aria circola. La gente non mi guarda più con sospetto, anzi, si è creato un clima quasi complice. E allora, finalmente, chiedo a voce alta e con sincera curiosità: “Ma, scusate, se avevate caldo perché non li avete aperti voi, prima, i finestrini?”. Alla domanda, negli anni, segue sempre un silenzio fra l’imbarazzato e l’interrogativo, dopodiché si alza una voce, solitamente maschile, che pare riassumere la risposta di tutti: “Ma è arrivata [la 94] così dal deposito… con i finestrini chiusi”. Saluto con un sorriso e scendo. Ho verificato che sulla 94, né quest’anno né negli anni precedenti, sia mai stato esposto un cartello che vieti l’apertura dei finestrini.”

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    • Pendolante ha detto:

      Mi sembra un confronto assolutamente azzeccato, anche se mi paiono diversi i motivi dell’astenzione a manifestare le proprie esigenze. Nel mio caso non si voleva andare allo scontro con il giovane maleducato e soltanto l’altrettanta prepotenza di Hulk lo ha affrontato.
      Nel caso che tu citi mi sembra che i passeggeri dell’autobus non vogliano invece scontrarsi con un’autorità che nemmeno c’è: anche in assenza di esplicito divieto si pensa che se i finestrini sono chiusi un motivo ci sarà …
      In entrambi i casi si rinuncia, per uno stupido timore, a perseguire il prorpio benessere.

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  2. Ilaria ha detto:

    Mi sembrava di vivere nel tuo racconto! Quante volte capita di incontrare persone così maleducate. E che rabbia! Però.. “E adesso, zitti!”.. L’intero vagone avrebbe dovuto alzarsi e applaudire! 😉 Ahahahah!

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    • Pendolante ha detto:

      A dirti la verità il sig. Hulk non ha avuto modi molto diversi dal tamarro disturbatore; e’ stato altrettanto prepotente ma siccome la sua prepotenza ha avuto buon gioco per noi passeggeri, l’abbiamo (quasi) apprezzata. Avrei di gran lunga preferito una sollevazione popolare pacifica, magari che partisse proprio da me.

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  3. Pingback: Riflessione statistica di mezza estate | Pendolante

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