Lettura in movimento

Camminare mentre leggo, è abitudine che ho preso da pendolare, facendo di necessità virtù. Dapprima ho camminato per sfuggire alle folate d’aria sollevate dal passaggio dei treni merci, poi per schivare gruppi di persone troppo loquaci, infine per non subire l’inquinamento acustico degli schermi al plasma. Così, solcando la banchina, avanti e indietro, in cerca di tranquillità ho scoperto di sincronizzare la cadenza della lettura con quella dei miei passi. Quel movimento poi è diventato una nenia, un aiuto all’isolamento e rimedio al mal di schiena, quindi prassi.

Dal movimento lineare, sono poi passata allo zigzagare fortuito, schivando arredi e astanti e più un libro mi coinvolge, più il movimento è casuale, assorto e assente, sebbene non abbia ancora travolto nessuno. D’altronde la lettura come la conosciamo oggi, silenziosa e immobile, è una “innovazione” medievale, data dall’esigenza della meditazione monastica. Nell’antichità la lettura era attività fisica oltre che mentale. I lettori, gli studiosi, percorrevano le stanze e i corridoi delle biblioteche, leggendo ad alta voce, perché le parole, quando sono pronunciate, possiedono un’altra forza, diventano reali, palpabili. La lettura ad alta voce era prassi, per memorizzare, per impadronirsi del testo. Insomma, le biblioteche non erano luoghi silenziosi. Al contrario di quanto avviene oggi, gli utenti di allora (in numero leggermente inferiore), erano assai chiassosi. Ovviamente due lettori nella stessa sala iniziavano già a essere folla, ma considerando il tasso di alfabetizzazione, suppongo fosse un evento abbastanza raro.

Personalmente, la lettura ad alta voce mi è inibita dal pudore, dall’abitudine, dalla folla nei luoghi aperti e raramente la esercito nella solitudine di casa, anche perché “casa” e “solitudine” non vanno d’accordo, ma a volte mi succede e allora la lettura diventa più appassionate, la storia più reale e i personaggi vivono della fisicità della mia voce. Lo consiglio vivamente, solo, bisogna superare la vergogna della propria voce.

Comunque, le stazioni sarebbero un posto perfetto per ospitare biblioteche, sia per vocazione – quella dell’attesa (da ingannare) – sia per struttura: le rare volte che entro alla stazione centrale di Milano, la sua tettoia in vetro e acciaio, a copertura dei binari, mi evoca l’austerità di certe biblioteche e, il suo atrio, la modernità di altre. Si potrebbero dotare le sale d’attesa di scaffali e servizio prestito e il vociare dei lettori potrebbe sostituire il ridondante rumore delle pubblicità degli schermi al plasma … ma la questione non si pone, considerando che non esistono più le sale d’attesa.

Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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8 risposte a Lettura in movimento

  1. Melusina ha detto:

    Ma che bello! Dotare le stazioni, o gli aeroporti, di una biblioteca sarebbe oltretutto un modo utile per occupare spazi a volte troppo ampi e ostili. Val la pena farli, sogni così.

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  2. Sonia ha detto:

    E poi i pendolanti, che tornano e ritornano sempre, non avrebbero nemmeno il problema della restituzione dei libri presi in prestito 🙂

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  3. Fabio ha detto:

    L’idea non è male. Probabilmente in Norvegia funzionerebbe anche.

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  4. aaqui ha detto:

    Pur’io leggo camminando, soprattutto salendo le scale. Il mio ufficio è al decimo piano, e salire le scale a piedi costituisce di solito l’ultimo briciolo di tempo per me prima della giornata lavorativa.

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  5. aaqui ha detto:

    niente voce alta. mi abbatterebbero come animale infetto.

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  6. Pingback: Bibliometro | Pendolante

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