L’ometto

Al primo binario del condominio, abita un ometto claudicante che ha visto passare parecchi treni. È così minuto che se ben piegato starebbe comodamente in una valigia ed è talmente spiegazzato che sembra ne sia appena uscito. L’ometto non ama rasarsi la mattina, ma nemmeno la sera e usa l’acqua corrente con parsimonia perché i bagni pubblici sono bene comune e non bisogna abusarne. Sono già tanti gli sprechi in un condominio e questo è pure frequentato da viaggiatori occasionali che non se ne curano e gettano spesso l’immondizia senza attenzione alla raccolta differenziata. Allora tocca a lui che ha tanto tempo e anche il lusso di sprecarlo, il quotidiano controllo della spazzatura nella quale a volte trova piccoli tesori, appena un po’ sciupati, che recupera e custodisce, che tutto può venire utile prima o poi. E c’è anche da tenere a bada i giovinastri che bazzicano il quartiere e che non sanno più cos’è il rispetto per gli anziani e spesso lo apostrofano sconciamente; anche oggi ha dovuto farsi rispettare rincorrendone uno sulla banchina e quello nemmeno si è sforzato molto per sfuggirgli e poi lo ha pure deriso con gli amici. L’ometto lascia fare che comunque la sua l’ha detta e non si è fatto insultare gratuitamente. Se ne torna casa, alla sua panchina, con la sigaretta tra le dita che sembra non spegnersi mai, a commentare l’accaduto con la compagna che lo attende custodendo i suoi averi in quattro sporte.

La giornata volge al termine, ma c’è ancora molto da fare e mantenere buoni rapporti con il vicinato è essenziale: possono sempre servire piccoli favori, scambi di cortesie e poi lui non vuole grane. Così vedendo avvicinarsi tre operai delle ferrovie, addetti alla manutenzione dello stabile, l’ometto si affretta a rovistare nelle sue sporte estraendone tre meloni che prontamente mette loro in mano. Quelli non battono ciglio, a malapena ringraziano, come gli fosse dovuto e continuano per la loro strada col bottino sotto braccio. Poco male, non importa poi molto, lui il suo dovere di buon vicino l’ha fatto e c’è ancora da pensare alla cena. Senza fretta apparecchia la panchina: un sacchetto con panino, una mela e un cartone di vino, di quelli da due soldi certo, ma pur sempre vino. In assenza di bicchieri l’ometto lo travasa in una bottiglia, che dal cartone non è comodo bere, ma se lo versa in parte sui pantaloni dove una macchia scura gli lorda l’interno coscia a creare l’impressione di un’incontinenza che, per fortuna, deve ancora venire. La compagna gli offre un rotolo di carta per le mani, lo pulisce come può, poi beve dalla sua bottiglia e si accende una sigaretta.

Se ne stanno così, passandosi il vino e fumando assieme, immobili, a far passare il tempo e i viaggiatori che da quella posizione si dominano tutti i binari:  un televisore acceso sulla vita degli altri che vanno e vengono, corrono e sostano, salgono e scendono, perché la vita scorre nei treni, davanti alla loro immobilità.

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Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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13 risposte a L’ometto

  1. romanalacuoca ha detto:

    Bel racconto insisti……………chissà………………..diventeranno famosi !!!!!!!!!!:-)

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  2. Miss Fletcher ha detto:

    Quante vite complicate attorno a noi, hai dipinto un quadro vivido e reale.

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  3. fancyhollow ha detto:

    Passo sempre troppo poco spesso da qui… complimenti, davvero.

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  4. Giovanni Senile ha detto:

    Ti dai anche tu alle citazioni? 😉

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  5. Pingback: Il tempo dell’attesa | Pendolante

  6. Pingback: Camera con vista | Pendolante

  7. Pingback: Parole scritte a voce…

  8. Annibale ha detto:

    Ciao Katia. Mi sono permesso di leggere questo tuo post durante la mia trasmissione radiofonica, con qualche nota di presentazione del tuo blog. Qui il link del post con tutti i riferimenti, anche del podcast da ascoltare: https://parolescritteavoce.wordpress.com/2015/04/27/527/

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  9. Pingback: L’ometto rivestito | Pendolante

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