Chiamiamolo Oriente. Berlino-Istanbul in treno

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Continuano i racconti di viaggio di  Paolo Rumiz nel terzo capitolo di È Oriente. La maggior parte dei luoghi, fiumi, monti di cui parla, non li ho mai sentiti nominare, ma non è questo che conta. Il viaggio su rotaie attraversa paesi, storie,  politiche, culture diverse dalla nostra, geograficamente vicine  eppure mai così lontane.  Noi l’occidente,  loro l’oriente., anzi, l’Est.
Per chi avrà la pazienza ri arrivare alla fine di questo post, trascrivo i passaggi che di Rumiz tra questi mondi.

Sui giunti delle rotaie i treni dell’Ovest battono un doppio colpo veloce, fanno tu-tun tu-tun, tu-tun tu-tun. Quelli dell’Est battono colpi singoli, pesanti,  distanziati.  Tun. Tun. Tun.
[ … ]
Metti una sera d’inverno a Berlino,  una locanda,  una birra e una meta fantastica. Istanbul.  Sul tavolo, una carta geografica con il percorso.  Una linea vagabonda a cavallo dei Carpazi,  fra isole chiamate Moravia,  Galizia, Slovacchia,  Transilvania,  Moldavia,  Bulgaria. Cent’anni fa quello era l’Oriente del “nostro” mondo.  Oggi è solo Est, una sigla che marchia la periferia della politica e della mente.
[…]
Non è facile partire da qui. Non c’è nessun capolinea.  Ai tempi del Grande Freddo ce n’erano fue, e non erano un fine-corsa qualsiasi.  Erano le due facce della fine del mondo. A ovest la Zoologische Garten, a est la Östbahnhof. Oghi, senza più il Muro che li divide,  i due terminal sono stati convertiti in stazioni di transito della stessa ferrovia.
[…]
Nell’aria c’è già la Boemia,  e le sue muffe asburgiche preservate dal comunismo.  Comincia un viaggio di tremila chilometri all’indietro nel tempo.  Nevica pesante,  il treno costeggia l’Elba infossato in una valle da fratelli Grimm.
[…] Stazione di Praga […] Dov’è l’Europa?  Non qui.  Questo postaccio fa orrore.  Devo cercare a oriente.
[…]
riparto verso un cielo basso.  Il treno scava verso est,  si affianca nuovamente all’Elba, entra in foreste fitte finché il paesaggio si distende di nuovo,  annuncia gli spazi drl Nord. È la Moravia,  grandiosa terra di mezzo.
[…]
Rollio, letargo,  foreste,  neve.  Sembra di essere lontani da tutto,  e invece la carta ferroviaria – la fedele Thomad Cook dalla copertina rosso fuoco – rivela che il centro del Centro Europa si sta avvicinando.  A Petrovice, bivio per la Slovacchia e la Polonia,  passano i treni fra Vienna e Varsavia.  Gli stessi binari gelati portano in Siberia, ad Auschwitz e alla Madonna Nera di Czestochowa. Al grande vuoto tedesco si sostituisce un pieno,  un vortice in cui soffia forte la storia.
[…]
Il treno si attorciglia su se stesso, entra nelle prime montagne verso Zakopane. Nevica col sole, senza vento. Tra i viaggiatori succede, ci si raccontano cose anche intime, tanto non ci si rivedrà mai più.
[…]
Slovacchia, montagne tetre, riprende a nevicare. Ka vecchia motrice sovietica arranca nella tormenta, pare che le scoppi il cuore. Il vento sibila tra un vagone e l’altro, crea un vortice che intasa la passerella di neve gelata, impedisce il passaggio anche ak controllore e trasforma la toilette in un’esperienza siberiana.
Mattina di sole, partenza per la Slovacchia. Per un tratto il paesaggio è ondulato, quasi piatto. In lontananza ecco delle colline coniche basse. Isole in mezzo alle foreste., i fiumi, le oche, le radure, i comignoli. “Sono i kopiec”, mi spiega un passeggero, tumuli artificiali eretti a ricordo dei caduti.
[…]
Non ci sono più teni, ma devo ripartire subito. Fue amici mi aspettano oltreconfine, in Ungheria. […] Püspökladány, mattina di sole freddo in mezzo alla puszta di Hortobág. In una stazioncina asburgica in legno chiedi un biglietto per la Romania, ma l’impiegato si sente in dovere di dirmi che è meglio non fidarmi. “Brutta gente” .
[…] l’Intercity più lento del mondo fischia nella pianura bianca […] si chiama Bosfor. Va da Bucarest a Istanbul e oercorre cinquecento chilometri in venti ore. […] “Attento ai bulgari”, ti dicono i rumeni, esattamente come gki ungheresi dicono di liro.
[…]
Sono su un Orient Express che non è un espresso e non è nemmeno Oriente. [..,] Il treno sferraglia sotto gli ultimi minareti, curva a sinistra sotto Topkapi, e il Borsforo pieno di neve ti viene addosso. Asia ed Europa ti girano attorno, si confondono oltre il ponte di Galata mentre i freni già stridono nella stazione di Sirkeci. Sei arrivato e ti chiedi: ma come, tutto qui.? Davanti hai binari semi deserti, quattro tassisti che dormicchiano sul volante. Possibile che l’Europa finisca così banalmente, così in sordina? Invece sì, è tutto vero. Sirkeci è l’inutile capolinea di terra di una millenaria città fi mare. L’hanno costruito solo per noi, turisti da Orient Express. E così il cerchio si chiude. In una stazione-giocattolo, come a Berlino.

Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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2 risposte a Chiamiamolo Oriente. Berlino-Istanbul in treno

  1. Sonia ha detto:

    Non so perché ma Rumiz mi provoca sempre una contraddizione: da un lato provo grandissima curiosità per i suoi viaggi, dall’altro lato rimango delusia dai suoi resoconti. Perciò anche di fronte a questo itinerario sento attrazione e vorrei poterlo fare io, poi leggo quello che scrive e trovo sempre insufficienti le descrizioni. Si vede che sono in sintonia con lui sull’amore per il viaggio e mi piacciono le scelte che fa soprattutto riguardo le motivazioni che lo spingono a fare un certi percorsi, ma non sono in sintonia con la sua “visione/emozione” per la quale non provo empatia. Pazienza, vorrà dire che certi viaggi li devo fare personalmente e non tramite lui 😉

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