Galeotta la stazione

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L’ho incontrato sul piazzale della stazione. Non lo vedevo da parecchi anni, ma non ho faticato a riconoscerlo. E’ stato più difficile reprimere l’istinto di fuggire, ma poi ho aspettato che mi raggiungesse, mi salutasse, mi raccontasse il lungo percorso di riabilitazione, disintossicazione, lavoro, famiglia. Felice per lui, ma l’ho congedato in fretta che da chi si è conosciuto in carcere si vuole in qualche modo scappare. Ricordo il bigliettino che mi passò nascostamente, la timida dichiarazione di chi cercava un contatto umano fuori dalle mura, ma allora mi spaventai. Volontaria io, internato lui, perché le Case di lavoro non hanno detenuti. Una casa di lavoro è un carcere a tutti gli effetti, ma nelle intenzioni vuole essere un luogo riabilitativo, che inserisce i suoi ospiti nella società con un lavoro diurno all’esterno per riaccoglierli di notte, ma si sa che alle buone intenzioni non sempre si riesce a dar seguito. Così la Casa di lavoro era (ora non so) solo un carcere dopo il carcere. Per i recidivi. I primi mesi non vidi nessuno di loro, ma li intuivo dietro le grate delle celle. “Non si vesta provocante”, mi dissero e io sempre in jeans ma aver 20 anni è più che sufficiente e che ne sapevo io allora? Quei primi mesi servirono ad abituarsi: corridoi, porte, chiavi e corridoi e porte e chiavi e grate e mura. Poi grate, scale, grate ed ecco la stanza vuota che diventò poi biblioteca, ma senza utenti perché non c’erano guardie per accompagnarli. Venne poi il primo incontro con gli internati che misero subito le cose in chiaro: un gruppo distrasse la guardia, un altro allontanò il mio collega e il terzo circondò me. I capannelli si sciolsero poi come si erano formati e chi voleva capire aveva capito. Seguirono mesi di frequentazione settimanale, di pochi libri prestati e molte parole dette col solito sparuto gruppo che trovava una distrazione nelle nostre visite. Gente gentile, allegra, cortese. C’era A. che ci recitava ‘A livella di Totò, con passione e trasporto, B. che non parlava mai, ma sorrideva sempre, C. ch’era un umorista nato e D ed F. e G. gente normale. Poi qualche frase smozzicata, stonata, sussurrata. Silenzi, ammiccamenti, allusioni e capivi che c’era qualcosa che “normale” non era, o almeno non per il mondo “di fuori”. E l’educatrice poi mi disse di alcuni di loro, di fucilate in pieno viso durante una processione, di ammazzamenti, collusioni, crimini e mi raccontò amareggiata che dentro le celle non si trova la riabilitazione ma un’agenzia di collocamento per i reati futuri.

A volte si parlava della vita “dentro”, della mancanza di privacy, del sovraffollamento, delle ore d’aria che non bastavano mai dei preti a cui non si confessa niente ma che ti fanno chiacchierare e che comunque bisogna rispettare perché preti e alla messa ci si deve andare. Altre volte si scordavano di me, o m’ignoravano e si raccontavano aneddoti e storie di altri carceri, di precedenti arresti. Uno di loro era stato in prigione con Pacciani, “un fifone senza palle che di notte piangeva”. Non poteva essere lui il mostro di Firenze, troppo frignone, ma il gabbio se lo meritava che le sue figlie le aveva profanate e i bambini non vanno toccati. E alla festa di Natale, risero tutti raccontando del trattamento usato in certi carceri con i tossicodipendenti; bastoni con la scritta: “metadone”. E poi c’erano gli agenti, carcerati pure loro perché lì dentro lavoravano, ma vivevano anche, al piano di sopra. Una tensione continua, palpabile, estenuante. Fu in un giorno di mancanza di personale che il mio servizio volontario finì. Un malinteso con un internato di lunga data, salito solo in biblioteca, che supponeva io gradissi le sue attenzioni. Mi spaventai a sufficienza per non tornare più.

Non ripensavo a questa storia da molto tempo, archiviata in qualche angolo della memoria. Galeotta la stazione e i suoi incontri.

Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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16 risposte a Galeotta la stazione

  1. apierri ha detto:

    Bello e malinconico

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  2. stravagaria ha detto:

    Qui hai superato te stessa. Conciso ed intenso, lascia il vuoto per la riflessione.

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  3. quoto stravagaria. aspettavo curioso il post (la memoria da elefante mi riporta qui http://ammennicolidipensiero.wordpress.com/2013/10/15/dei-delitti-e-delle-piene-carceri/#comment-1279) ma non mi aspettavo una bellezza e un’intensità di questo genere.

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  4. la donna camèl ha detto:

    Una situazione dalla quale potrebbe scaturire di tutto, letterariamente parlando. Stavolta sei stata leggera. Stavolta. Ma non finisce qui.

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  5. Sonia ha detto:

    Incursioni del passato che sempre archiviamo come un foglio piatto da infilare in una carpetta, invece certi incontri lo fanno esplodere come un pop-up e di piatto ci accorgiamo c’era solo la volontà di lasciarlo andare quel passato, ma la nostra vita è sempre stata in molteplici dimensioni e sempre i ricordi ci sorprendono di meraviglia e riconoscenza.

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  6. Miss Fletcher ha detto:

    Un racconto davvero intenso, difficile narrare certi ricordi e renderli proprio come sono nella nostra memoria.
    Diretto, reale, malinconico e così vero…brava tu, tanto.

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    • Pendolante ha detto:

      Grazie Miss. Ci ho messo un’intera serata a cancellare più che scrivere. Altre cose volevo ricordare, ma a parte lo spazio limitato di un post, volevo qui rendere un’atmosfera più che raccontare eventi

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  7. Veronica Adriani ha detto:

    Ce ne avevi parlato durante la gita fiorentina, ora che ricordo…qui sei andata più a fondo, e posso solo immaginare quante cose potresti ancora raccontare, ad aver tempo e spazio (virtuale).
    (Nota a margine: ogni volta che leggo qualcosa di tuo arrivo alla fine del pezzo con la frase “già finito?” stampata nella testa. Oh, scrivi proprio bene. 🙂 )

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    • Pendolante ha detto:

      Grazie Leuconoe. Non ricordavo di averne parlato, evidentemente avevo l’impellenza di raccontarlo. Lo spazio di un post mi limita sempre. Mi sono censurata, ma la prossima volta dividerò il racconto in più parti 🙂

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