Modena-Roma andata e ritorno

Solita ora del mattino, solita banchina, binario opposto. Oggi non vado a Nord, ma verso Sud, alla ricerca di un clima più mite che questo ritorno d’inverno mi rallenta. Guardo partire il mio solito regionale nell’attesa del Frecciarossa in ritardo. Alcuni politici locali aspettano con me il treno per Roma. Distinti professsionisti, anonimi viaggiatori, una piccola comitiva. Ho calcolato che per due ore e mezzo di riunione, passerò sei ore in treno. Tutto tempo da sfruttare.
Sul sedile trovo ad attenermi La freccia, mensile delle Ferrovie italiane, un condensato di tuttologia con argomenti trattati in massimo due pagine che i viaggiatori non vanno affaticati.
La voce dell’altoparlante è calda e suadente, niente a che vedere con quella metallica sui regionali. Qui siamo clienti da coccolare, là solo gente da informare. Veniamo invitati ad abbassare il volume di cellulare e voce, per non disturbare. Un annuncio del genere, sui miei soliti treni non verrebbe nemmeno sentito: troppo alto il volume di voci e cellulari.
Siamo in due in quattro sedili con tavolino. Il mio sconosciuto compagno di viaggio occupa lo spazio con la disinvoltura di chi quella tratta la percorre spesso. Ha giornali, libro, portatile dal quale non staccherà gli occhi per tutto il tragitto. Scatto una foto al suo libro da mandare a Cartaresiste che proprio oggi l’ha pubblicata.
Il treno entra alla stazione di Firenze e quando riparte il senso di marcia è al contrario e per un attimo mi pare di aver sbagliato qualcosa. Mi trovo a pensare all’ultima volta che sono andata in treno a Roma e devo tornare ai miei 25 anni, prima dell’alta velocità; un treno speciale per una manifestazione, non ricordo nemmeno per cosa, ma tutto il resto sì.
Passa veloce il tempo e concludo meno di ciò che pensavo di fare. Si arriva nella Capitale con 20 minuti di ritardo, abbastanza per farmi scartare l’idea della metropolitana + autobus a favore di un taxi. Probabile che ci avrei messo meno con l’opzione uno, ma quando si abita in una piccola città che si attraversa da una parte all’altra in venti minuti, si tende a ridimensionare gli spazi, errore estraneo al taxista che dopo aver consultato il Tuttocittà (!) annuncia: “Signora, ma è lontano!”
E che prendevo il taxi se era vicino?
“Ma è dopo l’Eur, vicino al raccordo …”
E che faccio, scendo?
Non esplicito i pensieri, ma ribadisco cordialmente l’indirizzo e quello parte, anzi, già viaggiava verso mete sconosciute mentre consultava lo stradario che il traffico mica aspetta lui.
Approfitta di ogni rallentamento o semaforo per consultare la cartina. E io che pensavo che i taxi si costruissero attorno ai navigatori. Alla decima sbirciata dispero ufficialmente di arrivare a destinazione, ma quello mi deposita esattamente dove deve e se ne va con un buongiorno.
Ritarda l’inizio della riunione, ritarda la fine, così di nuovo mi lancio in corsa verso la stazione Termini, ma essendo mediamente dotata di facoltà intellettive, stavolta scelgo la metropolitana e arrivo con ragionevole anticipo in stazione.
Panino in piedi, consulto gli orari, binario 7. Assorta, non sento i primi annunci, ma l’ultimo sì e scopro che il mio Frecciarossa è in partenza sul binario vicino. Errore da dilettante. Raggiungo il vagone dall’interno del treno. Ovviamente è quello più lontano dal punto di salita, così apro innumerevoli porte e barcollo quando si parte. Stavolta il mio posto è lato finestrino di un’accoppiata di sedili che guardano lo schienale di quelli davanti. Il mio vicino è già seduto e al mio arrivo e per farme sedere deve staccare il cavo del cellulare dalla presa del mio sedile . Lungi da me l’intenzione di fargli scaricare lo smartcoso, lo invito a riattaccarlo e mi faccio il viaggio fino a Firenze con un filo che mi si impiglia tra gambe e borse.
I tavolini abbassati mi chiudono in uno spazio claustrofobico di seduta che mi sta stretto. Mi alzo meno possibile, ma ogni volta costringo il mio vicino a spostare cellulare e Ipad dal tavolino, m’impiglio nel cavo del telefono che lui intercetta al volo prima dell’atteraggio violento sul pavimento, dispenso sorrisi di circostanza. Da Firenze in poi l’uomo capisce la mia irrequietezza e rimane in piedi, vagando per il vagone, vagabondando vivacemente col cellulare all’orecchio.
Il viaggio di ritorno mi pare più lungo di quello d’andata; snack e bevanda offerte da una cordiale hostess su binario, gallerie che nascondono il paesaggio, nemmeno un libro da fotografare che costretta nel mio microspazio potrei giusto scattare a quello del vicino che però sta ai libri come i regionali alla puntualità.
In fine arrivo alla nuova fermata sotterrane di Bologna, risalgo due piani e percorro il sottopassaggio fino all’ascesa al binario 1 Ovest. E in fine giungo a rivedere un Regionale che stipato di pendolari mi porta fino alla mia stazione.
… che poi il taxi nemmeno me lo vogliono rimborsare.

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Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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10 risposte a Modena-Roma andata e ritorno

  1. Miss Fletcher ha detto:

    Ma fantastico il tassista, chissà se anche lui ha un blog e ha scritto di quella strana cliente che voleva essere portata così lontano 🙂
    Bellissimo post, realistico e suggestivo, manca solo il rumore del treno, per il resto è davvero perfetto! Bacioni!

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  2. uh come le capisco le sensazioni, da pendolare che per lavoro spesso è invitato alla corte dei freccia rossa, bianca, argento e all’occasione di italo (è solo fino a che non sei stata nei bagni dei treni italo, pensi che i freccia rossa siano la frontiera della modernità).

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  3. stimadidanno ha detto:

    ho molto riso. non si fa, lo so.

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  4. Topper ha detto:

    Mi piace molto come riesci a rendere entusiasmante una giornata che per me sarebbe stata massacrante. E credo tra l’altro che il clima non fosse poi così mite come lo immaginassi.

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  5. stravagaria ha detto:

    Forse i tassisti romani lavorano a staffetta dividendosi la città in spicchi. E poi arrivano i foresti con richieste assurde… 😉

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