Il treno nei libri: Il sosia di Providence

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Non è un romanzo il libro di oggi. È un libro che percorre le strade letterarie della mia Emilia fino ad arrivare in America. E come non parlare delle strade ferrate emiliane?
C’è quest’uomo che deve prendere il treno, non lo può perdere. Allora corre, allunga la mano per salire, ma il treno parte e lui lo insegue, non si ferma, continua a correre lungo la ferrovia…

Alberto Bertoni. Il sosia di Providence. E altri incontri fra l’Emilia e l’America. Diabasis, 2002.

C’è poi, non poco rilevante, la parte ferroviaria del “sistema” via Emilia. In particolare, penso a una poesia come È treno di Raffaello Baldini, il poeta nato a Santarcangelo di Romagna ma dal ’55 trasferito poco meno che trentenne a Milano, a ulteriore conferma di quella necessità di viaggio verso le capitali nazionali della cultura che – lungo il Novecento / hanno accomunato tutti i principali scrittori emiliano-romagnoli, con l’eccezione di Silvio D’Arzo. Se ne riporta qui solo la parte finale:

In italiano nella versione dell’autore:
Il treno
[…]
non sono più capace di fermarmi, non ce la faccio,
provo, niente, sono costretto a correre, devo arrivare,
non posso perdere un minuto, le rotaie luccicano,
non finiscono mai, avanti, sempre dritto,
senza voltarsi, ma cos’è laggiù in fondo?
un lume, dondola, rosso, è un ferroviere?
è un passaggio a livello?
che con la luce rossa bisogna fermarsi, il treno
s’è fermato? chi sa, non vedo bene, magari
lo posso raggiungere, se sta lì buono un po’,
perché corri, corri, non ho vent’anni,
ma ve’ l’erba tra i sassi, cosa vuol dire?
i treni non passano qui?
che è tanto, davvero, che non ne vedo, e correre
tra tutta questa gramigna, da solo,
ma laggiù il lume dov’è? non c’è più, dov’è andato?
me lo sono sognato?
qui non si capisce più niente, e tornare indietro,
anche se potessi, ormai
ho fatto tanta di quella strada,
piuttosto, via anche questa cravatta,
che mi strozza, e i calzoni me li arrotolo,
che se ci pensavo prima,
si va meglio di quel po’, e adesso, sta’ buono,
una goccia, due, cosa fa? comincia a piovere?
ci voleva, a scrosci, così, che bello, una rinfrescata,
che avevo anche sete, bevo a bocca aperta,
poi ho trovato il passo, perché qui se no,
corro piano, una corsetta, di resistenza,
senza stancarmi, ecco, ha finito, sgocciola,
là, guarda, si schiarisce,
che si dice delle volte, basta niente, davvero,
una nuvola, un po’ di sole, cambia il mondo,
e non è mica finita, senti che odore,
è qui sotto ve’, tagliano l’erba spagna,
tiro su, è come un balsamo,
che se ci si pensa, tutti i giorni viene sera,
passa tutto, la stanchezza, i pensieri,
e avanti, le gambe, sono un cavallo da corsa,
ho dei momenti, è come se fossi partito
cinque minuti fa, mi asciugo il collo, la faccia
mi do una ravviata ai capelli,
questa giacca, così, sbottonata, è meglio,
corro, sbatte, ho le ali, alla fine
arriverò anch’io.
[pp. 27-29]

Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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15 risposte a Il treno nei libri: Il sosia di Providence

  1. stravagaria ha detto:

    Camminare lungo la ferrovia ha un fascino tutto particolare, ricordo che da bambina al mare dovevo attraversarli, abitudini pericolosissime di un tempo in cui si faceva meno caso alla sicurezza, ma quel momento aveva sempre qualcosa di avventuroso.

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  2. però, vuoi mettere la musicalità di “fra la via emilia e il west” con “incontri fra l’emilia e l’america”? non c’è confronto, non c’è confronto 😉

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  3. Miss Fletcher ha detto:

    Anche io ho pensato subito a Guccini.
    Molto intenso il brano che hai riportato, non lo conoscevo.

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  4. tramedipensieri ha detto:

    Particolare…non avevo ancora letto una poesia così…che “parlasse” del treno
    grazie

    ciao
    .marta

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  5. the quiet man ha detto:

    Non conosco il libro di Bertoni, ma Baldini è un poeta straordinario, uno dei maggiori del dopoguerra. Misconosciuto come molti grandi poeti dialettali (ad esempio il suo sodale Nino Pedretti). Consiglio di leggere La Fondazione, difficile da reperire ma non impossibile, una delle più piacevoli sorprese letterarie che ho avuto negli ultimi anni.

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    • Pendolante ha detto:

      La scuola non mi ha insegnato ad amare la poesia, semmai il contrario. Devo sempre superare un gradino di diffidenza, un senso di inadeguatezza, anche, nell’affrontarla. Uno dei danni peggiori che mi ha lasciato in eredità, la scuola. La cosa buffa è che ricordo Bertoni supplente nel mio istituto, ma non go mai seguito una sua lezione. Chissà, magari mi avrebbe aperto alla poesia

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  6. tiptoetoyourroom ha detto:

    A parte il Guccio, che è d’obbligo; c’è mica anche il poeta Libero Sassi, di S. Martino in Rio? Era il prozio del mio compagno, magari te l’ho già scritto…
    Comunque il dialetto emiliano è bellissimo, solare e musicale.
    Ciao 🙂

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