Il treno nei libri: Quando sapevamo aspettare – Un po’ di nostalgia natalizia

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38 elzeviri. Piccole storie da un minuto o poco più, molte volte scritte in treno da Peter Bichsel, tra il 2005 e il 2007, e pubblicate a scadenza settimanale. Quasi dei post per un blog.

Peter Bichsel. Quando sapevamo aspettare. Comma 22, 2011.

UN PO’ DI NOSTALGIA NATALIZIA

La stazione l’ho conosciuta tramite Emil. Emil era quel tale che conosceva a memoria l’orario ferroviario, quel tale che probabilmente non era mai salito su un treno, ma che rimaneva in stazione per giornate intere, sussurrava i numeri dei treni e i modelli delle locomotive e cercava di non farsi notare, perchè – essendogli state proibite molte cose – temeva che un giorno potessero proibirgli anche la stazione.
Adoravo Emil. Per me lui era un vero adulto. Uno che sapeva tutto quello che c’era da sapere e che aveva tempo, moltissimo tempo. Volevo diventare come Emil. E spesso quando mi tornava in mente, penso che c’è mancato pochissimo, che ce l’ho quasi fatta dicentare come lui.
Non so cosa ho imparato da lui, so solo che ho imparato molto, lui è una di quelle persone che mi hanno segnato profondamente. Per esempio da lui ho imparato a passare il tempo in stazione, a stare lì senza motivo, senza far niente, senza ammirare niente o osservare niente. A starmene semplicemente lì, esistere, vivere.
Emil, di questo mi sono reso conto molto tempo dopo, quando lui non viveva già più da tempo, era malato di mente.
Allora, da bambino, notai solo che era diverso, molto diverso da tutti gli altri; e forse notai addirittura che il suo mondo era un altro.
E così la stazione per me divenne il centro di quell’altro mondo.
La stazione divenne meta della mia fuga, e i miei viaggi in treno portavano nelle stazioni. La tristezza mi portava in stazione. La rabbia la gioia mi portavano in stazione. E una leggera inclinazione all’indecenza – le tre sigarette per una moneta all’automatico, il video di Mickey Mouse al Diorama per 20 centesimi – mi portava in stazione.
Più tardi mi ci portava anche il buffet di seconda o addirittura di terza classe.
Ed è lì che ritrovavo i personaggi dei contro-mondi, i perdenti e i falliti, gli spacconi e i fanfaroni, i volenti e i nolenti e poi – già subito dopo la guerra – anche gli italiani che, in stazione, erano un po’ più vicini alla loro Italia.
Di locomotive a vapore ne erano rimaste pochissime già allora, ma il fumo che producevano in qualche modo era rimasto nell’aria ancora per decenni, e mia madre, quando avevo le mani nere, chiedeva: 《Sei stato di nuovo alla stazione?》.
[…]
Come la stazione che non ci ricorda più una stazione.
Sì, è fantastico quanto sia diventata pulita. In stazione, le mani non mi diventano più nere. Le stazioni sono diventate sterili come centri commerciali, globalizzate e a norma come aeroporti, dove gli immigrati italiani non sono mai andati a passare il tempo per noia o nostalgia. I treni somigliano agli aerolpani, le stazioni agli aeroporti.
[…] viva il modellismo, viva le nuove toilette delle Ferrovie Federali Svizzere: senza fumo, senza germi, senza sporcizia e ostili alla vita.
No, non mi riferisco al divieto di fumare in treno che hanno introdotto ora. Il divieto mi disturba meno della domanda: 《E adesso come farai?》.
La mia risposta è semplice: mi piace il divieto di fumare.
Rende il fumo di nuovo così bello, vietato, come lo era allora, nel cortile della scuola, quando eravamo ragazzi. Riesco tranquillamente a viaggiare in treno senza fumare. E mi piace salire in treno all’ultimo minuto.
Ma in quale stazione posso ancora farlo? Non mi sono mai piaciuti gli aeroporti. Sono sempre stati troppo sterili per i miei gusti, per i gusti degli immigrati italiani e per quelli di Emil. Sono punti d’incontro per persone che non vogliono incontrarsi. I luoghi pubblici vengono privatizzati. La nuova società dei party non ha pi< bisogno di luoghi pubblici.
[pp. 27-29]

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Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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15 risposte a Il treno nei libri: Quando sapevamo aspettare – Un po’ di nostalgia natalizia

  1. Miss Fletcher ha detto:

    Gran bella scrittura, molto accattivante, ho l’impressione che tu abbia scovato una vera perla, mia cara!

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  2. stravagaria ha detto:

    Mi ricorda il mio papà che conosceva, e forse conosce ancora, orari e coincidenze di tutti i treni a memoria. Lo ricordo da piccola in poltrona a dondolo mentre sfoglia il Grippaudo per ore…
    Per la serie strane passioni 🙂

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  3. Martina Ramsauer ha detto:

    Bellissima e toccante questa storia su Emil. Grazie mille 🙂

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  4. pani ha detto:

    io avevo un amico che conosceva a memoria gli orari e i capolinea di tutti gli autobus della città 🙂

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  5. tiptoetoyourroom ha detto:

    Pezzo davvero molto bello. Mentre leggevo ho copiato questo: “E così la stazione per me divenne il centro di quell’altro mondo. La stazione divenne meta della mia fuga, e i miei viaggi in treno portavano nelle stazioni. La tristezza mi portava in stazione. La rabbia la gioia mi portavano in stazione”; ma mi sa che mi tocca tornare indietro a recuperare altro…
    La stazione è decisamente meglio dell’aeroporto.

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  6. Pingback: Il treno nei libri: Quando sapevamo aspettare | Pendolante

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