Il treno nei libri: Quando sapevamo aspettare – Aspettare mentre si è in fuga

Gli elzeviri di Peter Bichsel non sono da leggere tutto d’un fiato. Aspettano sul comodino e, ogni tanto, senza una precisa cadenza, si fanno leggere per poi tornare ad aspettare.

Peter Bichsel. Quando sapevamo aspettare. Comma 22, 2011.
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ASPETTARE MENTRE SI È IN FUGA

Fra qualche minuto il treno arriverà alla prossima destinazione. E i primi già scattano in piedi, strappano giù la giacca o il cappotto dal gancio, si vestono precipitosamente, prendono le loro borse e si mettono in fila nel corridoio del vagone quasi si trattase di conquistare i posti migliori per il via in una gara di velocità. Stanno in fila, uno appiccicato all’altro, lo sguardo fisso alla porta, attraverso la quale lasceranno il treno tra cinque o forse sette minuti.
Poco fa stavano ancora seduti, più o meno annoiati, leggevano, facevano i cruciverba o parlavano animatamente. Ora, ben cinque minuti prima di arrivare a Zurigo, le conversazioni si sono spente: il raccoglimento che regna prima della corsa dei centro metri. Non oso guardarli in volto, disturbare la loro concentrazione.
A me però manca ancora qualche numero per finire il sudoku, mi sto avvicinando alla soluzione. Sarò di nuovo in ritardo. […]
Sì, non è impossibile scendere in ritardo, ma perchè gli altri sono ansiosi come cavalli da corsa prima del via?
È paura? Forse una paura ereditata dai nostri antenati che temevano ancora gli sbuffi pieni di scintille dei primi cavalli a vapore delle ferrovie? […]
O forse quando viaggiamo mettiamo sempre in atto anche una fuga da noi stessi, e quando scendiamo dal treno proseguiamo la fuga?
[…]
Quando viaggio in treno senza motivo, senza nessun motivo, né per arrivare da qualche parte, né per godermi il paesaggio dal finestrino, né per incontrare gente, ma solo così, tanto per viaggiare, in quei momenti ho questa minuscola e singolare sensazione della fuga: via, via dal quotidiano. E mi diverte l’idea che queste mie numerose fughe in treno abbiano qualcosa di molto piccolo borghese. Avvengono tra i binari, non solo nella sicurezza che dà l’azienda delle ferrovie, ma anche nella certezza che i binari ci riportano all’uscita, perchè la fuga non deve per forza essere definitiva: solo una piccola fuga, giusto per provare.
E incontro altre persone in fuga che, come me, viaggiano sena una meta. I barboni delle ferrovie: senza tetto che, acquistando un abbonamento generale delle ferrovie, si affittano un bell’appartamentino calo per pochi soldi. I pensionati e le pensionate che con l’abbonamento si permettono una seconda casa mobile e vogliono sfruttare l’abbonamento il più possibile, e viaggiano e viaggiano e si godono il fatto di non dover stare a casa.
Ma quando decino di scendere dal treno scattano in piedi già sette minuti prima di arrivare, riuniscono i beni e si mettono in fila in corridoio.
L’arrivo ha a che fare con l’attesa perchè chi arriva si aspetta qualcosa.
[pp. 64-66]

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Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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7 risposte a Il treno nei libri: Quando sapevamo aspettare – Aspettare mentre si è in fuga

  1. stravagaria ha detto:

    Quella silhouette in copertina mi ricorda un trenino tirolese di legno che era stato regalato a mio fratello quando eravamo bambini. I vagoncini si attaccavano e staccavano con un piccolo uncino e mi piaceva tantissimo nella sua semplice stilizzazione.

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  2. Miss Fletcher ha detto:

    Belle queste persone in fuga, non conoscevo questo libro, molto realistico direi!

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  3. tiptoetoyourroom ha detto:

    Che bel passo e che belle osservazioni. Anch’io mi sono sempre domandata perché tanta gente sia così ansiosa di scendere. A me capitava le prime volte, da viaggiatrice inesperta, ma poi lo impari che anche se ti alzi all’ultimo minuto non resti su!

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  4. Pingback: Il treno nei libri: Quando sapevamo aspettare | Pendolante

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