In morte di F(S)

Unici pendolari chiassosi di prima mattina, gli studenti superiori arrivano dalla periferia scendendo a valanga dal treno, svuotandolo per i più taciturni che, in salita, vanno al lavoro. Un viso di ragazzina m’attraversa il campo visivo. Un corto circuito nella memoria, un salto in lungo, all’indietro. La prima volta in prima superiore. Francesca si chiamava, ma non ricordo il cognome. Era uno tra i tanti visi e nomi che devi imparare a conoscere quando inizi una nuova fase della vita scolastica. Se va bene li vedrai per cinque anni, se va male per meno e il concetto di “andare male” a quell’età significa bocciatura, semmai trasferimento. Francesca invece entrò in coma a metà anno scolastico. Sull’autobus del rientro a casa l’aspettava un embolo che non è mai un ospite desiderato, ma a quattordici anni non dovrebbe nemmeno conoscere il tuo indirizzo. La notizia il giorno dopo entrò in classe trovandoci tutti impreparati. Ricordo forte il senso di colpa per non aver mai legato con lei. Non eravamo amiche e in quel momento mi sembrò una mancanza. Chi piangeva, chi taceva, chi non sapeva come comportarsi che nessuno te lo insegna cosa devi provare e fare in quelle circostanze e già il “normale” è difficile da vivere da adolescente. Così la maggior parte di noi si adeguò ai comportamenti dei nostri professori, ci si rifletteva nel loro contegno, si parlava a bassa voce, si evitava di ridere ed essere felici. Tutta la scuola ci trattava con delicatezza: noi, le compagne di quella in coma, e questo ci faceva sentire speciali, un gradino più in alto degli altri che non potevano capire il nostro dolore. I nostri genitori pensavano alla sua famiglia, erano sconvolti più di noi che non capivamo del tutto la portata dell’accaduto. Vivevamo sospese, in attesa di notizie. In quello stato non sapevo stare e una reminiscenza del catechismo mi fece pensare di rivolgermi a Dio. Non che fossimo in buoni rapporti, ma decisi di dargli un’altra opportunità. Nella chiesa vuota del mio quartiere di periferia, una di quelle orribili strutture o gotico pop di cemento armato e vetrate, cercai il per me vecchio Don che mi accolse stupito. L’ultima volta che lo avevo visto si era presentato a casa per la benedizione pasquale nel bel mezzo di una cena con amici a base di gnocco fritto e salume. Nonostante il disappunto di mio padre, mia madre gli diede diecimila lire per la benedizione che terminò in sala da pranzo, dove si stava cenando. Il Don iniziò a lodare la cuoca, la tavola, il cibo e la buona abitudine di stare assieme e avere ospiti, ma inutilmente. Mio padre non cedette, fece orecchie da mercante e, rassegnato, il sacerdote se ne andò. Gli chiesi, in chiesa, di intercedere per Francesca, di mettere una buona parola con l’Altissimo che lui aveva più confidenza, ma Francesca morì dopo pochi giorni sancendo la mia rottura definitiva con Dio e con l’infanzia.

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Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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21 risposte a In morte di F(S)

  1. stravagaria ha detto:

    All’inizio della seconda superiore, nella classe della mia secondogenita morì una delle compagne con cui aveva legato. A casa per un’influenza il giovedì, morta per una complicazione cardiaca la domenica. Il lunedì quando mia figlia tornò da scuola lo ricordo ancora, io stentavo a capire persino di chi parlasse tanto non mi capacitavo e lei mi ripeteva il nome.guardandomi come se fossi rincretinita. Siamo rimasti tutti sotto shock per mesi e per tutto il liceo le compagne che le erano più legate hanno continuato a portare dei piccoli regali sulla sua tomba. Quella classe è stata molto sfortunata, all’inizio della quinta è morta la mamma di una delle migliori amiche di mia figlia, io ancora la penso e piango. Non eravamo intime ma ci conoscevamo bene per aver trascorso tante ore insieme alle bambine che erano molto amiche. Scusa ma il tuo post ha fatto riaffiorare tanti ricordi.
    Ps. Dio non c’entra nulla…e non lo dico perché penso che esista ma perché certo non sono delle guarigioni occasionali a dimostrare la sua esistenza. Io sono agnostica comunque…

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  2. a me capitò una cosa analoga alle elementari ma, vuoi l’età, vuoi che nessuno attorno a me, fortunatamente, spinse verso un’associazione stretta tra morte e religione, vuoi la riservatezza della famiglia, il ricordo (sbiadito) che è rimasto è quello della della maestra che, vai a sapere con quali parole, riuscì a dar un senso all’assenza di quel nostro compagno.

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  3. Tratto d'unione ha detto:

    Io un lutto “scolastico” lo ebbi in seconda elementare. Due fratellini, il più grande era in classe con me, morirono nella stessa notte, soffocati dai miasmi della stufetta a gas che doveva scaldare la loro stanza. Io ricordo i funerali ai quali partecipò tutto il paese, una processione che imbottiva le strade affrante per una disgrazia così terribile. Io ero molto piccola, avevo solo 7 anni, ma non dimenticherò mai quei momenti.

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  4. Bill Lee ha detto:

    “Non eravamo amiche e in quel momento mi sembrò una mancanza.” è forte.

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  5. Miss Fletcher ha detto:

    L’incontro con la fine della vita è sempre traumatico, ancor di più quando si è molto giovani.
    E davvero non è facile accettarlo, poi ci ripensi dopo e ti senti anche in colpa perché non hai legato con lei che non c’è più.
    Tu che non eri sua amica però ne hai scritto.
    E l’hai ricordata, con delicatezza, al di là della tua delusione perché le tue preghiere non sono bastate…
    Un bacione a te.

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  6. tiZ ha detto:

    amica mia ma come è bello leggere un po’ di te negli incontri che fai.
    l ‘ultimo lutto l ho avuto tre mesi fa ed è una cosa a cui non ci si abitua mai..
    ps. li sai che proprio ieri ho letto la tua storia sui compagni di classe sul libro eds che mi regalasti questa estate?
    ancora coincidenze tra noi ..

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  7. Guido Sperandio ha detto:

    Hai reso molto bene, mi verrebbe da dire felicemente… se quel felicemente non suonasse inappropriato dato il caso…

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  8. Personalmente, per un lutto in famiglia sono stato ateo dal novembre 1998 al pomeriggio del 20 luglio 2001. Poi sono diventato agnostico, e a distanza di anni comprendo che lo sono più per onorare la scommessa di Pascal che per “un cielo non vuoto”…

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  9. Marco ha detto:

    A quanto pare hai fatto affiorare ricordi a più di un lettore.
    Mi ha fatto rabbrividire il titolo. Ho vissuto un’esperienza molto simile, anche se in quel caso fu un incidente stradale. Preparammo proprio quella canzone per il funerale. Fu una cosa spontanea tra noi ragazzi e ci unì molto.
    Ricordo che litigai con il prete perché voleva stare con noi: con il senno di poi mi dispiace un po’.
    Alla fine dentro la chiesa non riuscii ad entrare: il mio divorzio von Dio era già avvenuto.

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