Il treno nei ibri: Treno per il Tibet

  Pankaj Mishra. Treno per il Tibet. Edizioni Condé Nast, 2007. 47 p.

Era una sera di fine dicembre quando, nel caos della stazione di Pechino, stavo aspettando un treno all’apparenza non troppo diverso dagli altri convogli a lunga percorrenza che si addentrano nella sconfinata campagna cinese. Eppure il treno su cui stavo per salire, lungo la nuova linea da Pechino a Lhasa, in Tibet, corre sui binari più alti del mondo. La tratta ferroviaria, che attraversa una regione famosa per i terremoti, le temperature rigide e la bassa pressione atmosferica, è costata oltre tre miliardi di euro ed è una straordinaria opera di ingegneria contemporanea. […]
[7 p.]

Così inizia questo piccolo libriccino di un noto scrittore indiano, famoso per i suoi racconti di viaggio in patria, ma non solo. Questo, sul Tibet, è stato pubblicato da The New Yorker. Il brano che preferisco non riguarda la ferrovia cinese-tibetana e le considerazioni sul suo significato politico e coloniale, ma è un ricordo d’infanzia dell’autore:

[…] ho amato i treni fin dall’infanzia. Mio padre lavorava per le ferrovie indiane, le Indian Railways, e sono cresciuto in tranquille cittadine di provincia, vicino a scali ferroviari in cui le giornate riecheggiavano del malinconico soffio delle vagabonde locomotive a vapore e delle insolenti vibrazioni provocate dagli espressi diretti verso le lontane città di Delhi, Madras e Bombay. Ogni giorno i lenti treni postali consegnavano le edizioni del mattino dei giornali stampati nelle tipografie delle metropoli e spesso facevano un salto alla stazione per andar loro incontro. Sulla banchina mi soffermavo a guardare con ammirazione i macchinisti anneriti dalla fuliggine che smettevano di lavorare. SI diceva che fossero alcolizzati e violenti, ma in quelle mattine sembrava sempre che stessero tornando a casa da spedizioni eroiche.
Negli anni Settanta il vapore cedette il posto al gasolio e i vagoni furono progettati secondo uno stile più moderno e funzionale. Era comunque possibile trovare delle carrozze di prima classe con il consueto lusso coloniale. Ci viaggiavo con la mia famiglia due o tre volte l’anno per lunghi spostamenti. dal momento in cui ci sedevamo negli scompartimenti rivestiti in teak, con specchi e sedili di pelle lavorata. Durante il viaggio azioni semplici come mangiare, dormire o leggere diventavano più piacevoli, addirittura sensuali. Tutto si avvolgeva di nuovo mistero, quando nelle notti di buio profondo il capotreno reggeva una lampada a olio in piedi sulla banchina deserta; dai finestrini la vita sembrava più intensa […]
[pp. 20-22]

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Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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6 risposte a Il treno nei ibri: Treno per il Tibet

  1. stravagaria ha detto:

    Questo è uno di quei libri che credo non comprerei ma se lo avessi per le mani, così…quasi per caso, finirei per leggere.

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  2. Tratto d'unione ha detto:

    Che voglia di salire su quel treno a Pechino e farlo quel viaggio…

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  3. Guido Sperandio ha detto:

    Confessa la tua invidia… i sedili di pelle lavorata… il teak… gli specchi…

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