L’Ammerricano

L’aveva sognata sin da bambino l’Ammerrica. Mica tanto per gli indiani e i cav-boi che pure gli piacevano un mucchio, più di tutti John Wayne – st’armadio d’uomo che nemmeno il furore di suo padre avrebbe potuto abbattere – ma per l’Alberto nazionale che si lasciava provocare dal maccarone dando al gatto e ar sorcio yogurt e latte e con la mostarda ci ammazzava le cimici. Che crescendo poi non si era mai saputo spiegare perché quella scena lo portasse verso l’altro continente, visto che era una chiara difesa della patria italica e di certo a lui lo yogurt gli faceva schifo. Comunque Un americano a Roma sapeva recitarlo a memoria e in paese tutti lo sfottevano da sempre, dimenticando il suo nome e chiamandolo semplicemente l’Ammmerricano. Lui non è che fosse proprio una cima, ma lo capiva che sotto sotto lo prendevano in giro, però quel nome se lo portava con orgoglio e prima o poi in America ci sarebbe andato e gli avrebbe fatto vedere a tutti. Ma poi si era messo a lavorare nell’officina sotto casa come garzone, che dopo le medie c’era bisogno pure di quei pochi soldi in casa e non aveva più smesso. S’era fatto grande tra ruote e motori Fiat, ma sognando Ford e Chevrolet. Poi, strano a dirsi, l’occasione gli capitò quando la ragazza che doveva sposare scappò dal paesino senza dare spiegazioni e senza restituire l’anello di fidanzamento che gli era costato quasi un mese di stipendio. Per anni aveva risparmiato per sposarla e ora si trovava sì senza moglie, ma coi soldi sufficienti per andare in America. E non aveva mica perso tempo a disperarsi, semplicemente era partito con un bagaglio di inglese maccheronico e una sacca di vestiti buttati dentro alla boia d’un Giuda. Nessuno aveva più avuto sue notizie per parecchi mesi e quando era tornato il suo inglese non era poi migliorato di molto ma al posto della sacca si portava a tracolla una borsa con la bandiera astellestrisce e ai piedi un paio di scarpe fosforescenti che erano il suo orgoglio. In molti si accalcarono davanti alla porta dell’officina, che il padrone ce lo aveva tenuto il posto, per farsi raccontare dell’America e lui raccontava mentre lavorava, ma sempre teneva qualche aneddoto da usare come merce di scambio per cicchetti al bar. E Ammerricano ora era un nome che si usava col rispetto che si deve a chi i suoi sogni aveva avuto il coraggio di inseguiti. Fu solo dopo alcuni mesi dal suo ritorno che qualcuno per strada, dal marciapiede opposto gli urlò: “Oh, Ammericano, mò perché sei tornato? finito i soldi?”
La sua risposta non arrivò mai dall’altra parte della strada, portata via dal rombo di una moto di passaggio, ma c’è chi giura di avergli sentito dire che gli mancavano i maccaroni.

Informazioni su Pendolante

Pendolo dal 14 dicembre 2004. Per fare 43 km mi accontento di un’ora e tre mezzi di trasporto. Sono e faccio molte cose, ma qui sono solo una Pendolate. (Photos by Filippo Maria Fabbri)
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24 risposte a L’Ammerricano

  1. rodixidor ha detto:

    La fidanzata …

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  2. Gisella ha detto:

    Molto, molto bello

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  3. pani ha detto:

    con la mostarda devo provare anche io 🙂

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  4. alidivelluto ha detto:

    Forse è tornato quando ha scoperto che la Fiat si era comprata la Chrysler!
    P.s.
    La citazione alla “boia d’ un Giuda” mi piace molto.

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  5. stravagaria ha detto:

    La fantasia qui si può ben dire che ti ha portato lontano… 😉

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  6. Mrs Fog ha detto:

    Molto simpatico questo personaggio 🙂

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  7. Guido Sperandio ha detto:

    Cantava Renato Carosone: “Tu vuo’fffà l’ammerricano, sient’amme chittofffafà! Tu vuo’ vivere alla moda bere wisky… whisky and soda…” (TIZ lo scriverebbe senz’altro meglio)
    Già, whisky and soda, e aggiungo: Marilyn Monroe, James Dean, tutti qui film in technicolor, il tip tap… Ecco, coltivare l’American Dream attraverso i maccheroni di Alberto Sordi… sì, quel tipo non era proprio una cima, come infatti asserisci.

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  8. Maurizio Vagnozzi ha detto:

    🙂 sempre inseguire i sogni … ne so qualcosa quando mi son trovato ad attraversare a piedi la Tasmania! Bel pezzo, Katia …

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  9. Vanni ha detto:

    Grande Katia, la tua prosa è sempre molto bella!
    ps. stò leggendo “L’amico americano”…

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  10. Mi hai ricordato i personaggioni da paesino che è possibile trovare nei romanzi di Benni. Complimenti 🙂

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