Condizionamento primaverile

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Condizionamento primaverile

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Caduta libera

A fatica tiene gli occhi aperti, ma si rifiuta di appoggiarsi allo schienale. La signora rimane in equilibrio precario ondeggiando pericolosamente fino ad accasciarsi di lato sul finestrino, la guancia schiacciata contro il vetro dal proprio peso. Ha il baricentro troppo sbilanciato in avanti per restare ferma e inizia presto una lenta azione di scivolamento in avanti cheeek to glass. Pulisce il vetro con la guancia lasciandovi un’invisibile striscia, un’impronta umana, per poi svegliarsi di soprassalto superata l’inclinazione di guardia e con gli occhi in fessura riguadagnare la posizione iniziale e ricominciare lo scivolamento. Ad ogni ciclo di pulitura vetro il risveglio è sempre più tardo e provoca in chi la guarda l’ansia crescente di vederla rovinate a terra. Nello specifico sono le mie ginocchia quelle su cui crolla in fine, scusandosi con sorriso imbarazzato e giustificando la sua sonnolenza. Solo alla promessa di svegliarla a Reggio, la donna si decide finalmente a dormire appoggiata allo schienale.

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[Cartaresistente] Città raccontate: Modena n. 3 (Città sulle acque)

Sollevando la copertura dello scooter parcheggiato nel cavedio di un palazzo del centro storico, trovai un ratto che intendeva farsi il nido nel sellino. In un solo giorno lo aveva del tutto eviscerato. Non ne sono sicura, ma credo che, tra i due, lo spavento più grosso lo presi io; quello semplicemente si gettò sull’acciottolato e si infilò nel buco che vi aveva scavato, sparendo nel sottosuolo. Poco tempo dopo, un suo cugino, decise di attraversarmi la strada nel chiostro del settecentesco palazzo dei musei, infilandosi tra due pietre tombali romane. Non che i ratti siano prerogativa modenese, ma certo qui hanno vita facile, considerando che possono godere di un intero mondo sotterraneo fatto di canali interrati, anzi, voltati, con volte ad arco a tutto sesto in mattoni, di cui rimane memoria nei nomi ereditati delle strade sovrastanti.

Se si potesse seguire l’amico ratto nei suoi percorsi sotterranei, itinerari tramandati da generazioni di roditori, si farebbe un salto indietro nel tempo. Si potrebbe percorre il canale Modonella fino a immettersi nel tratto finale di Canal Grande; oppure seguire il percorso del Terraglio e confluire nel canale d’Abisso, quasi parallelo a Canal Chiaro e magari incappare nei resti di qualche opificio, perché ogni corso d’acqua aveva il proprio: filatoi, frantoi, torni, segherie, polverifici. Magari il buon ratto ci porterebbe all’esatta ubicazione del canale della Zecca, mai raffigurato nelle carte antiche per questioni di riservatezza, considerando che le sue acque azionavano presse per coniare monete. E se non si avesse troppo timore di insudiciarsi, si potrebbe seguire la pantegana lungo il canale della Cerca fino alla Casa delle acque, luogo nel quale confluiscono tutti i canali cittadini per gettarsi nel Naviglio e permetterne sempre la navigazione. E lì, finalmente, si alzerebbe la testa dai cunicoli angusti per trovarsi nello spazio ampio della vecchia darsena che serviva il Palazzo Ducale degli Estensi e, grazie a loro, tutta la città. Niente di più facile che il topo che stiamo seguendo sia discendente di qualche ratto ferrarese, lombardo o veneziano, visto che sul Naviglio da lì arrivavano merci, uomini e roditori. E chissà che le leggende famigliari del nostro ratto non raccontino di ore felici trascorse in quella grande piscina all’aperto che era la Pescheria ducale, scavata proprio in quella zona e chiusa poi, sarà più di un secolo almeno, a causa dei fastidiosi raduni di roditori.
L’acqua ai modenesi non è mai mancata, semmai è stata in eccesso e molte cose ci ha portato: le preistoriche Terramare, i Romani, una terra fertile da coltivare, pozzi potabili per resistere agli assedi, vie di fuga dai nemici, risorse idriche per l’industria antica e moderna, scambi commerciali, esondazioni e inondazioni, una toponomastica ricca di “canali”, un consorzio di bonifica e i ratti.
E se qualcuno avesse ancora dubbi sull’umidità di Modena e sulle sue origini palustri, gli basti leggere ciò che scriveva Luigi Zanfi, giornalista e umorista che spiegava, in dialetto modenese: “Modna l’è neda in di padòi, bastèva piantèr in tèra un cavéc per fer ‘na funtanèina; alora i mudnés, anch per via dal decoro, al post di cavéc i tachén a druvèr la trivéla per fer di pàz”*.
Non a caso nello stemma cittadino appaiono anche due trivelle incrociate accompagnate dal motto Avia Pervia: la città sulle acque ha reso facile la strada più difficile: far sgorgare acqua trivellando il suolo.

*Modena è nata nei Paduli [zona paludosa di acque sorgive] bastava piantare in terra un bastone per fare una fontanella; allora i modenesi, anche per il decoro, al posto dei bastoni adoperavano le trivelle per fare dei pozzi.

Fotografia di Filippo Maria Fabbri


Cartaresistente ha chiuso a gennaio 2018 e tutti i contenuti sono stati eliminati. Una perdita per molti visto la qualità degli scritti e delle immagini e le collaborazioni più o meno illustri che avevano fatto di Cartaresistene un punto di aggregazione per molti blogger. Ringrazio Nando e Davide per avermi accolta tra i loro autori e ripropongo qui i miei scritti perché conservarne memoria.

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Nidificazione ferroviaria

Sotto la tettoia del secondo binario, tra i cavi elettrici arrotolati, sta nidificando un piccione, forse tortora o colombo. Non ho mai tenuto a mente le differenze. Sarà il verde bucolico del tubo, sarà che la forma circolare è adatta per un nido, ma la scelta è caduta proprio lì, un supporto quantomai effimero è sicuramente in luogo rumoroso. Una pessima base su cui costruire una famiglia.

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Il ritorno del Primavera

La colonna sonora di rutti ha allietato il vagone per tutto il tragitto. Gli effluvi della birra diffusi nell’aria hanno creato quella piacevole atmosfera di scanzonata goliardia da gita scolastica che inspiegabilmente gli adulti tendono a non sopportare. Poco importa (o forse tanto) che l’origine di questa animazione non sia una classe di liceali, ma un infermo individuo barcollante di cui già ho parlato qui e che tra un’esternazione gassosa e l’altra ha rotto il silenzio con tonanti bestemmie astiose che hanno fatto sobbalzare più di un passeggero. Il nostro ce l’aveva con la sosta troppo lunga alla stazione intermedia, con il territorio provinciale che si stava abbandonando, forse per campanilismo e, non so bene perché, pure con Peter Pan. Di certo non era privo di spirito e buone letture potendo unire in una stessa frase – non propriamente decifrabile – il nome di D’Annunzio al sostantivo “figa”, ma cosa c’entra lo “sperma della Ferrari” proprio non l’ho capito, anche se forse era un modo simpatico di salutare l’ingresso in territorio modenese. Peccato abbia optato per un abbigliamento total black perché a un tipo così gioviale donavano ti più i pantaloni primavera del nostro primo incontro.

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Ciclo-stazione

Problema parcheggio: risolto. Lega la bici sul binario.

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Sigaro ad alta velocità

Mastica il sigaro spento come un adolescente il suo chewing-gum, o come si masticava tabacco nel far west. Lo tiene al centro della bocca, leggermente reclinato verso il basso. Mastica il sigaro spento e sfoglia il suo giornale con l’atteggiamento di chi reitera un’abitudine quotidiana in un luogo noto: su questa Frecciabianca lui ci abita da tempo. Non è tipo da Regionale Veloce. Ha i tratti marcati di Walter Matthau, lo stesso naso, la stessa espressione sorniona e lo stesso burbero atteggiamento. Se aprisse bocca scommetto lo farebbe per brontolare o per discutere, ironico, con un immaginario Jack Lemmon, altra metà di quella Strana coppia ben nota della cinematografia holliwoodiana. Ma orfano del suo partner, l’uomo non alza gli occhi dal suo giornale e per due ore non degna d’attenzione null’altro. Mastica il sigaro.

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[Cartaresistente] Città raccontate: Modena n. 2 (La Preda Ringadora)

“A culo nudo suso la preda rengadora, la quale sia ben unta de trementina, tre volte dicendo tre volte cedo bonis, cedo bonis, cedo bonis”*

Tra tutti gli usi che di questa pietra nei secoli si sono fatti, questo è quello che mi è più caro. Era il rituale medioevale imposto ai debitori insolventi che promettevano così di saldare i creditori vendendo i propri beni. Non che io sia un sadico figuro, ma il nonno di mio nonno ne scriveva ai famigliari, ricordando la sua terra. Da quelle lettere è partito il mio viaggio di ritorno a Modena, anche se non ho mai compiuto quello di andata. Fu l’avo Emilio a raggiungere il Cile a inizio secolo, lo scorso. Per ritrovare lui sono qui da alcuni mesi a inventarmi una tesi di laurea per camuffare la ricerca delle mie origini. In nessun archivio, documento o libro, ho trovato smentita a quelle lettere di un ignorante ciabattino che sapeva tutto della sua città. E di nessun luogo, strada, o casa, Emilio scriveva di sentire la mancanza, come di questa pietra.

Ogni giorno, da quando sono arrivato, mi sono sdraiato sul suo marmo rosso, a contemplare il cielo, a guardare Piazza Grande e la sua gente, come lui le aveva guardate. Da prima intimidito dalle antiche origini romane della Preda, non osavo toccarne la superficie, ma poi ho visto e ho capito quel che intendeva Emilio: questa pietra è parte viva della città, non un monumento da ammirare. Tutti vi salgono per riposare, scrivere, leggere, giocare o anche solo per provare, come ho fatto io che ne sono stato conquistato.

La prima volta che mi ci sono sdraiato l’ho fatto per capire Emilio. Era ancora in viaggio sulla nave per l’America, quando fece scrivere, lui analfabeta, la sua prima lettera alla madre. Le disse che l’aveva provata la Preda Ringadora, ci si era sdraiato per imitare i cadaveri degli annegati che in tempi antichi vi venivano adagiati sperando che qualcuno li riconoscesse. Lui non sapeva esprimersi, ma ci provava. Era la disperazione di quel gesto, quel sentirsi come un morto, che lo portò via da casa, per rinascere lontano. E all’alba della partenza, come atto di congedo, Emilio salì in piedi su questa pietra delle arringhe, come gli antichi banditori che da qui gridavano gli editti, come i lontani oratori che arringavano alla folla e salutò la sua città e la sua gente, abbracciando con lo sguardo questa piazza e il Duomo. E del Duomo scrisse alla sorella Anna, ricordandole quando andavano al mercato con la nonna a comprare il grano, dosandolo con le “mine**” sul “di dietro” della cattedrale. E solo stando qui ho capito quel racconto, vedendo le misure modenesi scolpite su quell’abside che si guarda proprio dalla Preda Ringadora.
Queste sono le ultime notizie che diede di sé alla famiglia. Lasciò così il suo mondo per scoprirne un altro, che è poi diventato il mio. E per chiudere il cerchio di queste nostre vite, all’alba della mia partenza, saluto Modena dalla Preda Ringadora, annotando queste poche righe e me ne torno a casa.


* il debitore doveva sedere il sedere nudo sbattendo con forza  sulla pietra cosparsa di trementina e ripetere tre volte “cedo bonus” ossia “svendo tutti i miei beni”, per poter saldare i propri debiti verso i creditori. Fonte: Archivio Storico Comunale di Modena
** Mina: unità di misura di volume, destinata a misurare le granaglie. Un recipiente-campione è scolpito nel marmo del Duomo di Modena con altre unità di misura.

Fotografia rielaborata da ilippo Maria Fabbri


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Piegamenti internazionali

Incastrata, afflosciata, piegata, addormentata: tra le gambe, sulle ginocchia, in avanti, in treno. Incastrata tra le gambe del suo compagno, afflosciata sulle sue ginocchia, piegata in avanti chiudendosi su se stessa, si è addormentata in treno. La coppia, anglofona, ha zaini sulla cappelliera con caschi da ciclisti, ma nessuna traccia dei velocipedi. In compenso due pom pom ondeggiano ciondolando nel vuoto, attaccati a uno degli zaini, unico vezzo di un abbigliamento essenziale da ciclo-turisti. Spesso mi chiedo come gli altri europei considerino i nostri treni, come ne parlino tornati in patria e immagino gli stessi racconti che potremmo fare noi di viaggi esotici in paesi caldi, su treni odorosi, rumorosi, fortunosi. Gremiti di umanità e colore locale. Poi capita che la scompostezza altrui mi rincuori e ridimensioni l’immagine non sempre edificante che ho dei nostri viaggiatori. Alla fine tutti i treni sono paese.

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