Ne usciremo migliori (?)

Non prendo il treno oggi, anche se torno al lavoro. Prudenza più che paura. Potendo evitarlo mi parrebbe un azzardo, un inutile sfida alla mia buona sorte. Eppure un “dopo” ci sarà e riprenderemo più o meno le nostre vecchie abitudini, comprese quelle ferroviarie. Nelle retorica del “ne usciremo migliori” non ho mai creduto. Le situazioni di emergenza tirano fuori il meglio o il peggio delle persone e se quel meglio può essere riconosciuto e premiato e persistere nel manifestarsi anche nel post emergenza, il peggio una volta scatenato resiste più a lungo e può essere calmierato solo dal restaurarsi delle normali convezioni sociali e dal timore del giudizio degli altri. Mi di fatto permane. Cinismo forse, ma mi volete dire che quando i pendolari torneranno ad affolare i treni si cedereanno il posto vicendevolmente con un sorriso? Formeranno file ordinate per salire, magari mantenendo il metro di distanza, cosicché la colonna umana sarà più lunga dell’intero convoglio? Non ci saranno più piedi sui sedili o borse ad occupare spazi destinati alle persone e sguardi indispettiti quando si osa chiedere di spostarle? O forse tutti pagheremo il biglietto rinsaviti dalla consapevolezza dei danni che l’evasione fiscale ha fatto al nostro Paese, in primis alla Sanità Pubblica di cui abbiamo avuto (sarà tutto alle spalle) tanto bisogno? Ho i miei dubbi, ma spero di potermi dare presto delle risposte.

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Il treno nei libri: A Bologna le bici erano come i cani

Paolo Nori. A Bologna le bici erano come i cani. Battiti, 2015.

Una volta c’era una, su un treno, di fronte a me, stava mangiando un Buondì al cioccolato […] C’era questa qua, le era suonato i, telefono, aveva risposto, aveva ascoltato un po’ e poi aveva detto “Non ti amo più”. E aveva messo giù. Poi aveva finito il suo Buondì al cioccolato.
E io mi ero ricordato di una volta che su un treno, era un treno regionale, pieno murato, e io ero in piedi nel corridoio, e con le braccia e le gambe toccavo contemporaneamente tre o quattro persone, e era inverno, e dentro il treno c’era il riscaldamento al massimo, e c’era un caldo che si crepava, e aveva suonato il mio, di cellulari, e io, piegando il bacino da un lato e facendo scivolare il braccio destro lungo il tronco avevo estratto il telefono dalla tasca e avevo risposto e mi avevano detto ” Ti odio”. E io avevo detto: “Va bene”.
[pp. 11-12]

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Resilienza

Un mese di gestione quotidiana, personale, di emergenza famigliare, domestica, lavorativa, sociale, sanitaria (per fortuna solo preventiva), amministrativa. Le lezioni on-Line di mia figlia, i suoi compiti da fare e seguite e gestire e inviare. La quotidianità che si resetta in tempi nuovi (la sveglia non più alle 6 del mattino, niente tempi di viaggio in auto e in treno), in modi nuovi (si recupera il non fatto, si scoprono cassetti abbandonati, armadi da ripulire, garage da svuotare), in nuove convivenze (spazi comuni da condividere in tempi nuovi, 24 ore al giorno nel bene e nel male), in forme nuove di lavoro (difficile il lavoro da casa nei tempo, nei modi, nelle distrazioni, nelle ore che passano lente). Le nuove urgenze ed emergenze da amministratrice quando appena era chiara la gestione del consueto (se mai esiste in questo compito il consueto) e la sensazione di non fare mai abbastanza. E poi esigenze costanti di informazione, connessione, social-izzazione. E la preoccupazione per i propri cari che  cozza con l’assurda sensazione che tutto sia un film di fantascienza trasmesso alla tv, lontano, intangibile eppure reale. E non sapere prevedere cosa sarà il futuro. E non avere un’oggettiva paura, ma dormire male e fare sogni angoscianti. Poi tutto esplode una mattina come le altre, quando ti svegli a marzo che nevica e ha tirato un altro colpo di terremoto e il tuo corpo semplicemente si rifiuta di andare. Ti da uno stop. Basta muoversi, pensare, preoccuparsi, parlare, socializzare, fare. Ferma. Imbozzolata sul divano immobile per ore, col calore del respiro del cane sulla schiena, l’odore di cibo che altri preparano, il suono lontano di una videolezione di inglese. Ritrovo il diritto e il bisogno di respirare e basta e ammettere che tutto questo non è indolore e che per andare avanti a volte bisogna fermarsi. Anche solo per poche ore. Si resetta il sistema e poi si ricomincia. 

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L’amore invano

La stazione è lontana, il divano vicino e anche quando torno al lavoro lo faccio in auto. Questione di prudenza. In questi giorni di mascherine, reclusione domestica, videoconferenze, lezioni on-line di mia figlia, mi imbatto in un compito assegnato alla “piccola” dalla prof. di musica. Quasi un monito o un invito a ricominciare a parlare di treni stazioni…

Robert Johnson, Love in vain, 1937

Rolling Stones, Love in vain, 1969

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Saluti in stazione ai tempi del contagio

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Attenti viaggiatori(!)

Rinnovata per un’altra settimana la chiusura di scuole e università, sul treno siamo in pochi, silenziosi e tranquilli viaggiatori. Non manca la ressa, né il ciarlare di studenti in fibrillazione prima di un esame o ansiosi di raccontarsi le emozioni della sera precedente, ma nessuno si augura di prolungare ancora la loro assenza. Nella tranquillità generale lei sola è monito, memento mori, per noi pendolari. Mascherina sul viso, guanti bianchi alle mani, sollevate come in un pre operatorio da medical drama, solo coi gomiti osa toccare i braccioli e nel guardarla mi chiedo se vuole proteggersi dal contagio o proteggere gli altri da lei; se è una viaggiatrice attenta o se avvisa di stare attenti a lei.

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Lettrice con il buco

Luigi Francesco Clement. Jacques Lacan e il buco del sapere. Psicoanalisi, scienza, ermeneutica. Orthotes.

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Duello all’ultimo treno

Ci fronteggiano su opposti binari. Stessa la direzione, diversi gli orari: il nostro è il treno che parte prima, ma ha un ritardo di 10 minuti, il loro è il treno che parte 10 minuti dopo, ma è in orario. All’annuncio dell’arrivo di quello, alcuni dei nostri si ammutinano per raggiunge l’opposto binario, altri resistono calcolando che i convogli in ritardo partono prima degli altri… o forse no.
Arriva il treno, quello puntuale, e annunciano in arrivo il treno in ritardo. Si sta sul filo dei minuti. Salgono i pendolari su quello, guardandoci beffardi dal finestrino, ma mentre il loro treno è in attesa ecco che arriva il nostro. Rallenta, si ferma, saliamo. I due convogli stanno su binari paralleli. Dai finestrini le due fazioni pendolari si guardano con fiato sospeso in attesa degli eventi. E poi via, parte prima il nostro, ritardatario e qualcuno sogghigna vittorioso, ma bonariamente non si esprime in gesti eclatanti,

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Lettrice con La forma

Sergej M. Ejzenstejn. La forma cinematografica. Einaudi.

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Petizione per un piccione

Si aggira disperato becchettando ombre e riflessi sul selciato del marciapiede del primo binario. Invano cerca pezzi di cibo, briciole, avanzi di pasti frugali, incarti abbandonati di ex panini. Si muove a scatti, ciondolando la testa fuori sincrono dal resto del corpo e accelera il passo in prossimità di gambe umane, ma nulla gli impedisce la ricerca, vana, del cibo. Sogna, il pennuto, discariche di rifiuti su cui planare, invidiando certi cugini alati che vivono su monti di spazzatura, emettendo felici grida di giubilo, ma si sa che la vita è un terno al Lotto e se hai la sfortuna di nascere in un posto pulito devi sudartelo il pasto quotidiano. Ricorda con nostalgia, il nostro, i tempi in cui lo stormo viveva in in stazione: decine di cugini che affollavano quel paese di Bengodi e piccioncine grassocce e invitanti con cui tubare a primavera. Tutti se n’erano andati, lasciandolo solo nel suo caparbio legame con quella terra di stazione tanto amata.

Aiutiamolo: riempiamo i marciapiedi di rifiuti, aboliamo la quotidiana pulizia, bruciamo le ramazze e torniamo a lordare la stazione. Il piccione ce lo chiede!

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