Il ritorno del Primavera

La colonna sonora di rutti ha allietato il vagone per tutto il tragitto. Gli effluvi della birra diffusi nell’aria hanno creato quella piacevole atmosfera di scanzonata goliardia da gita scolastica che inspiegabilmente gli adulti tendono a non sopportare. Poco importa (o forse tanto) che l’origine di questa animazione non sia una classe di liceali, ma un infermo individuo barcollante di cui già ho parlato qui e che tra un’esternazione gassosa e l’altra ha rotto il silenzio con tonanti bestemmie astiose che hanno fatto sobbalzare più di un passeggero. Il nostro ce l’aveva con la sosta troppo lunga alla stazione intermedia, con il territorio provinciale che si stava abbandonando, forse per campanilismo e, non so bene perché, pure con Peter Pan. Di certo non era privo di spirito e buone letture potendo unire in una stessa frase – non propriamente decifrabile – il nome di D’Annunzio al sostantivo “figa”, ma cosa c’entra lo “sperma della Ferrari” proprio non l’ho capito, anche se forse era un modo simpatico di salutare l’ingresso in territorio modenese. Peccato abbia optato per un abbigliamento total black perché a un tipo così gioviale donavano ti più i pantaloni primavera del nostro primo incontro.

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Ciclo-stazione

Problema parcheggio: risolto. Lega la bici sul binario.

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Sigaro ad alta velocità

Mastica il sigaro spento come un adolescente il suo chewing-gum, o come si masticava tabacco nel far west. Lo tiene al centro della bocca, leggermente reclinato verso il basso. Mastica il sigaro spento e sfoglia il suo giornale con l’atteggiamento di chi reitera un’abitudine quotidiana in un luogo noto: su questa Frecciabianca lui ci abita da tempo. Non è tipo da Regionale Veloce. Ha i tratti marcati di Walter Matthau, lo stesso naso, la stessa espressione sorniona e lo stesso burbero atteggiamento. Se aprisse bocca scommetto lo farebbe per brontolare o per discutere, ironico, con un immaginario Jack Lemmon, altra metà di quella Strana coppia ben nota della cinematografia holliwoodiana. Ma orfano del suo partner, l’uomo non alza gli occhi dal suo giornale e per due ore non degna d’attenzione null’altro. Mastica il sigaro.

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[Cartaresistente] Città raccontate: Modena n. 2 (La Preda Ringadora)

“A culo nudo suso la preda rengadora, la quale sia ben unta de trementina, tre volte dicendo tre volte cedo bonis, cedo bonis, cedo bonis”*

Tra tutti gli usi che di questa pietra nei secoli si sono fatti, questo è quello che mi è più caro. Era il rituale medioevale imposto ai debitori insolventi che promettevano così di saldare i creditori vendendo i propri beni. Non che io sia un sadico figuro, ma il nonno di mio nonno ne scriveva ai famigliari, ricordando la sua terra. Da quelle lettere è partito il mio viaggio di ritorno a Modena, anche se non ho mai compiuto quello di andata. Fu l’avo Emilio a raggiungere il Cile a inizio secolo, lo scorso. Per ritrovare lui sono qui da alcuni mesi a inventarmi una tesi di laurea per camuffare la ricerca delle mie origini. In nessun archivio, documento o libro, ho trovato smentita a quelle lettere di un ignorante ciabattino che sapeva tutto della sua città. E di nessun luogo, strada, o casa, Emilio scriveva di sentire la mancanza, come di questa pietra.

Ogni giorno, da quando sono arrivato, mi sono sdraiato sul suo marmo rosso, a contemplare il cielo, a guardare Piazza Grande e la sua gente, come lui le aveva guardate. Da prima intimidito dalle antiche origini romane della Preda, non osavo toccarne la superficie, ma poi ho visto e ho capito quel che intendeva Emilio: questa pietra è parte viva della città, non un monumento da ammirare. Tutti vi salgono per riposare, scrivere, leggere, giocare o anche solo per provare, come ho fatto io che ne sono stato conquistato.

La prima volta che mi ci sono sdraiato l’ho fatto per capire Emilio. Era ancora in viaggio sulla nave per l’America, quando fece scrivere, lui analfabeta, la sua prima lettera alla madre. Le disse che l’aveva provata la Preda Ringadora, ci si era sdraiato per imitare i cadaveri degli annegati che in tempi antichi vi venivano adagiati sperando che qualcuno li riconoscesse. Lui non sapeva esprimersi, ma ci provava. Era la disperazione di quel gesto, quel sentirsi come un morto, che lo portò via da casa, per rinascere lontano. E all’alba della partenza, come atto di congedo, Emilio salì in piedi su questa pietra delle arringhe, come gli antichi banditori che da qui gridavano gli editti, come i lontani oratori che arringavano alla folla e salutò la sua città e la sua gente, abbracciando con lo sguardo questa piazza e il Duomo. E del Duomo scrisse alla sorella Anna, ricordandole quando andavano al mercato con la nonna a comprare il grano, dosandolo con le “mine**” sul “di dietro” della cattedrale. E solo stando qui ho capito quel racconto, vedendo le misure modenesi scolpite su quell’abside che si guarda proprio dalla Preda Ringadora.
Queste sono le ultime notizie che diede di sé alla famiglia. Lasciò così il suo mondo per scoprirne un altro, che è poi diventato il mio. E per chiudere il cerchio di queste nostre vite, all’alba della mia partenza, saluto Modena dalla Preda Ringadora, annotando queste poche righe e me ne torno a casa.


* il debitore doveva sedere il sedere nudo sbattendo con forza  sulla pietra cosparsa di trementina e ripetere tre volte “cedo bonus” ossia “svendo tutti i miei beni”, per poter saldare i propri debiti verso i creditori. Fonte: Archivio Storico Comunale di Modena
** Mina: unità di misura di volume, destinata a misurare le granaglie. Un recipiente-campione è scolpito nel marmo del Duomo di Modena con altre unità di misura.

Fotografia rielaborata da ilippo Maria Fabbri


Cartaresistente ha chiuso a gennaio 2018 e tutti i contenuti sono stati eliminati. Una perdita per molti visto la qualità degli scritti e delle immagini e le collaborazioni più o meno illustri che avevano fatto di Cartaresistene un punto di aggregazione per molti blogger. Ringrazio Nando e Davide per avermi accolta tra i loro autori e ripropongo qui i miei scritti perché conservarne memoria.

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Piegamenti internazionali

Incastrata, afflosciata, piegata, addormentata: tra le gambe, sulle ginocchia, in avanti, in treno. Incastrata tra le gambe del suo compagno, afflosciata sulle sue ginocchia, piegata in avanti chiudendosi su se stessa, si è addormentata in treno. La coppia, anglofona, ha zaini sulla cappelliera con caschi da ciclisti, ma nessuna traccia dei velocipedi. In compenso due pom pom ondeggiano ciondolando nel vuoto, attaccati a uno degli zaini, unico vezzo di un abbigliamento essenziale da ciclo-turisti. Spesso mi chiedo come gli altri europei considerino i nostri treni, come ne parlino tornati in patria e immagino gli stessi racconti che potremmo fare noi di viaggi esotici in paesi caldi, su treni odorosi, rumorosi, fortunosi. Gremiti di umanità e colore locale. Poi capita che la scompostezza altrui mi rincuori e ridimensioni l’immagine non sempre edificante che ho dei nostri viaggiatori. Alla fine tutti i treni sono paese.

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Vite in viaggio: L’uomo manoscritto

Era sempre stato un bambino molto pigro, svogliato dicevano le maestre, ma la verità era che non gli interessava quello che loro volevano insegnargli o piuttosto come lo facevano: lunghe e noiose sedute sui banchi di scuola in monotoni racconti di regole, fatti, formule. A dispetto di quello che sostenevano, la sua curiosità era vivace e passava ore in biblioteca a sfogliare libri illustrati di geografia, storia, zoologia, o ad ascoltare le storie raccontate dai nonni e dai genitori, eppure non riusciva in alcun modo a esporre ciò che imparava, o forse non gli interessava, meno che meno nel contesto scolastico. Così aveva iniziato ad annotarsi nomi e date e teoremi o semplici parole, prima sul dorso della mano, poi sul polso e via via risalendo verso il bicipite. Lo scopo non era tanto quello di copiare, quanto un tentativo di fare sue quelle nozioni, di assorbirle attraverso la pelle, per osmosi. Numeri, cifre, note, simboli, motti, cognomi, luoghi… e in quell’esercizio il suo corpo si trasformava in pergamena e nella disperazione della madre che passava ore a strofinargli la pelle per ripulirlo, lui si ritrovava di nuovo superficie vergine da ricoprire. E quando le braccia non bastarono più iniziò a manoscriversi il torace, le cosce, i polpacci e da esigenza intellettuale, con gli anni, divenne abitudine, poi gusto estetico e infine uno modo di essere.

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Allegria di naufragi. Pendolari!

Si sta come d’autunno in stazione i pendolari

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[Cartaresistente] Città raccontate: Modena n. 1 (La secchia rapita)

La secchia rapitaLa Secchia Rapita

Vorrei cantar quel memorando sdegno
ch’infiammò già ne’ fieri petti umani
un’infelice e vil Secchia di legno
che tolsero a i Petroni i Gemignani.

[Alessandro Tassoni. La secchia rapita. Canto 1.1]

Ma la Secchia fu subito serrata
ne la torre maggior dove ancor stassi,
in alto per trofeo posta e legata
con una gran catena a’ curvi sassi;
s’entra per cinque porte ov’è guardata
e non è cavalier che di là passi
né pellegrin di conto, il qual non voglia
veder sí degna e gloriosa spoglia.

[Alessandro Tassoni. La secchia rapita Canto 1.63]

Come trofeo non valgo molto, sono di legno, una secchia da pozzo, ma se chiedi a un modenese ti dirà che son l’orgoglio geminiano(*). Era il 1325 quando venni trafugata, da un comune pozzo, da un drappello di squinternati modenesi penetrati nella mia Bologna, loro nemica. La secolare rivalità coi Petroniani, scatenò una sanguinosa guerra di cui io fui, incolpevole, il trofeo. Ma io che ne sapevo, che c’entravo? Mi beavo nella mia umile esistenza, rassegnata alla mia breve vita di lignea precarietà quando, gocciolante d’acqua, fui portata in gloria a Modena, simbolo di trionfo di un’audace impresa. Mi diedero una dimora di prestigio, appesa nella stanza dei tesori della torre Ghirlandina, dove ho diviso la mia nuova casa con le reliquie e gli argenti della cattedrale. E chi se l’aspettava quella sorte? Attingevo l’acqua per la gente, mi usavano come oggetto quotidiano, poi non ho più fatto niente ma sono stata celebrata da chi dovrebbe essermi rivale.

Fu tanta la gloria che portai ai modenesi che il loro poeta, Alessandro Tassoni, ancora tre secoli dopo quell’impresa, mi cantò, rendendomi immortale, nel poema tragicomico che porta il mio nome: La secchia rapita. Io, misera e volgare come sono, diventai oggetto di un poema. Ma l’avevo poi quest’ambizione?! Comprendendo forse questa mia umiltà o temendo un contro-ratto bolognese, per non perdermi di vista nella morte, la statua del poeta si erge ai piedi della Ghirlandina al centro di piazzetta Torre. Non sa che sono stata trasferita in una teca nel vicino palazzo comunale, bizzarro cimelio per turisti ma amata reliquia modenese. Solo una copia resta di me nel campanile, a ricordare l’antica ubicazione. Quanti modenesi mi hanno vista! In settecento anni ho ascoltato i racconti di generazioni che ai figli o ai nipoti parlavano di me tramandando l’orgoglio cittadino, del quale io sono vittima incompresa. Chi mai si è chiesto se io sono contenta? Se non preferivo la mia antica vita?
Indifferenti ai miei rimpianti i modenesi continuarono a portarmi in gloria e quando, nel 1908, l’editore Angelo Fortunato Formiggini organizzò una cerimonia per riappacificare bolognesi e modenesi, lo fece nel mio nome perché simbolo, innocente, dei bellicosi rapporti tra le due città. Per solennizzare quell’evento il Formiggini cominciò la sua attività editoriale dando alle stampe una eroicomica pubblicazione, per titolo il mio nome: La secchia.
E nell’incrocio strano dei destini, che spesso la Storia ci propone, trentanni dopo Formiggini, modenese israelita, si gettò dalla torre Ghirlandina per protestare contro le leggi razziali. Su sua richiesta lo ricorda con leggerezza una lapide marmorea che rinomina il punto di piazzetta Torre in cui cadde, “Al Tvajol ad Furmajin”, (il tovagliolo di Formaggino**).
E io, ancora qui, resisto al tempo, agli eventi, alla Storia. E chissà per quanto ancora dovrò essere restaurata prima di essere lasciata al mio destino … Tanto, sopravvivrò a me stessa.

(*) I “geminiani” sono i modenesi (da San Geminiano, il patrono della città)

(**)Gioco di parole. In dialetto modenese Formiggini si pronuncia come formaggino. Come Furmajin l’editore firmò alcuni suoi scritti.

Fotografia di Filippo Maria Fabbri


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Il sopravvissuto

Uno sfiato d’aria prolungato e rumoroso mi segue in cima alle scale del sottopassaggio. Sul piano del marciapiede del binario l’ansimo continua in respiri profondi che vanno oltre il normale affanno di chi, non allenato, sale le scale. Una specie di rituale ritmico respiratorio di uno che, ancora una volta, ha raggiunto vittorioso la metà. Rallento, scarto a destra, mi faccio superare per guardare questo ometto la cui mimica facciale iperbolica accompagna il respiro. Come uno sportivo apre e chiude le braccia per agevolare l’ingresso dell’aria, così lui contrae e rilascia i muscoli facciali inspirando ed espirando come fosse l’ultima volte nella sua vita, come se l’ossigeno a disposizione fosse in esaurimento e i pendolari in competizione per usufruirne. All’arrivo del treno aspetto di vedere quale carrozza sceglie per allontanarmene, che i due gradini da salire per entrare in vagone potrebbero rinnovare un rituale angosciante da sopravvissuto.

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Mattine difficili

Per quanto tu abbia passato una nottata di merda, c’è sempre qualcuno a cui è andata peggio.

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