Ritorno a Porta Nord

Philippe Grimbert. Un Secret. Hachette.

Spinta da curiosa necessità, mi sono riaffacciata in stazione dopo sei mesi di latitanza. Nessun abbonamento, solo un viaggio.

Non vi racconterò della segnaletica unidirezionale nei sottopassaggi, o dei divieti di salita da alcune scale a favore di altre e nemmeno delle grosse vetrofanie rosse che impediscono l’accesso ad alcune porte dei vagoni per indirizzare a quelle vicine. Tanto in pochi sembrano farci caso, ma a bordo tutti indossano mascherine, sebbene in moli abbiano difficoltà nel riconoscere tutte le parti anatomiche che dovrebbero starci dentro.

Un uomo rimane indeciso per tutto il viaggio se coprire il pizzetto che ha sul mento oppure il naso, così fa prendere aria all’uno o all’altro alternativamente, mentre la mia vicina ha deciso definitivamente di non poter rinunciare a percepire gli afrori del viaggio e delle quattro colleghe che animano il vagone col loro fragore mattutino, una non sente l’isolamento nell’essere l’unica con la mascherina nel sottomento.

Aneddotica a parte il treno procede per la sua strada incurante dei passeggeri e di un paesaggio immutato salvo il passaggio delle stagioni. E in fondo nemmeno i pendolari sono diversi, hanno solo un pezzo di stoffa in più.

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Il treno nei libri: Sapiens

Mentre mi godo la mia ultima settimana di vacanza, medito sulla poca voglia che ho di riprendere il treno a settembre. Ho procrastinato per mesi e le norme anti Covid non mi invogliano certo a salire su un convoglio, né tantomeno l’inevitabile assembramento. Ma questo blog langue e se non viaggio non scrivo. Mi deciderò prima o poi. Intanto vi lascio un breve stralcio che così, da solo, può apparire nozionistico, ma fa parte di una teoria ben più ampia. Niente spoiler, ma caldeggio vivamente la lettura di questo saggio divulgativo per me notevole.

Yuval Noah Harari. Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità. Bompiani, 2019.

La prima ferrovia commerciale del mondo venne aperta al pubblico nel 1830, in Inghilterra. Nel 1850 le nazioni occidentali erano attraversate da quasi 40.000 chilometri di strade ferrate; ma nell’intera Asia, Africa e America Latina c’erano soltanto 4000 chilometri di binari. Nel 1880 l’Occidente vantava oltre 350.000 chilometri di strade ferrate, mentre nel resto del mondo ce n’erano soltanto 35.000 (la maggior parte delle quali era stata costruita in India dai britannici).

La prima ferrovia in Cina fu inaugurata solo nel 1876. Era lunga 25 chilometri ed era stata costruita dagli europei. Il governo cinese la distrusse l’anno seguente. Nel 1880 l’impero cinese non aveva messo in funzione una singola linea ferroviaria. La prima ferrovia in Persia fu costruita nel 1888, e collegava Teheran con un luogo sacro della religione mussulmana situato una decina di chilometri più a sud. Fu realizzata è gestita da una società belga. Nel 1950 la rete ferroviaria della Persia ammontava ancora a 2500 miseri chilometri, in un paese che è sette volte più grande della Gran Bretagna.

[pp. 350-351]

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Oggi era il giorno

Oggi era il giorno. Ho rimandato di settimana in settimana e oggi era il giorno, ma ho abortito il rientro in stazione. Non è paura, semmai pigrizia. All’inizio della pandemia, quando le città si sono fatte deserto, la prudenza mi ha imposto di evitare i treni, che pure erano desolatamente vuoti. Il viaggio in solitaria in auto mi è sembrata la soluzione migliore e il tempo del tragitto si è drasticamente ridotto, soprattutto grazie al lockdown che ha relegato la maggior parte delle macchine nei garage. Di fatto ho smesso di lavorare solo un paio di settimane o poco più e non consecutive. Il cielo era di un raro, pulito azzurro, la campagna luminosa, il traffico azzerato. Poi, con la riapertura, ho sentito il dovere, ma non la voglia, di tornare a una mobilità più sostenibile. Lo spettro della sveglia alle 6, dell’attesa in stazione, del viaggio con mascherina a sedili alterni, di non trovare posto sul treno contingentato, di non trovare più la bici in stazione, di misurare il timbro del cartellino in entrata e in uscita con gli orari ferroviari. Pigrizia. Ma oggi era il giorno. Poi è prevalsa l’esigenza di tutelare la mia famiglia, almeno ancora per un po’. Convinta di aver fatto parte della folla di asintomatici, il sierologico negativo mi ha rivelato che ancora potrei essere un pericolo per chi a casa mi aspetta.
Pigrizia e prudenza.
Forse dovrò chiamare questo blog PendolatEX.

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Il treno nei libri: La Vergine azzurra / 2

Tracy Chevalier. La Vergine azzurra. Neri Pozza.

Solo quando partii per Ginevra la mia mente ricominciò a funzionare. Durate il volo da Tolosa, infatti, ero in stato confusionale, ma adesso il ritmo del treno, assai più naturale dell’aereo, mi stava risvegliano. E cominciai a guardarmi intorno.
Davanti a me c’era una robusta coppia di mezza età. […]
Quando mia alzai a Neuchâtel per cambiare il treno, l’uomo sollevo gli occhi per un attimo e mi fece un lieve cenno col capo. “Bonne journée, Madame“, disse, con una cortesia che solo le persone che hanno superato i cinquanta riescono a esibire senza apparire ridicole. Insomma, quella era la Svizzera.
I treni erano silenziosi, puliti e in perfetto orario. Anche i passeggeri erano silenziosi e puliti, vestiti in modo sobrio, assorbiti nella lettura, controllati nei movimenti. Non c’erano coppie che si sbaciucchiavano, uomini che ti fissavano, abiti scollacciati, ubriachi buttati su due sedili: tutte cose che si vedono normalmente sul treno da Lisle a Tolosa. Quello non era un paese stravaccato: uno svizzero non occuperebbe mai due posti, avendo pagato un solo biglietto.
[pp. 217-218]

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Il treno nei libri: La Vergine azzurra / 1

Tracy Chevalier. La Vergine azzurra. Neri Pozza.

Mi sedetti sul treno, ancora stordita, felice e amareggiata a un tempo, è quasi mi scordai di scendere alla fermata successiva dov’è avrei preso il treno per Lavaur. Avevo intorno impiegati, donne con la borsa della spesa, ragazzini che amoreggiavano. Mi pareva così strano che nessuno si accorgesse della cosa straordinaria che mi era appena capitata. “Lo sa cosa ho fatto poco fa?” avrei voluto dire alla signora dalla faccia mesta che sferruzzava davanti a me. “Lei lo avrebbe fatto?”
Ma quel treno non si curava per niente della mia vita, e neppure il resto del mondo. Nei forni il pane continuava a cuocere, le pompe davano benzina, si preparavamo quiche e i treni viaggiavano in orario.

[P. 190]

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Ne usciremo migliori (?)

Non prendo il treno oggi, anche se torno al lavoro. Prudenza più che paura. Potendo evitarlo mi parrebbe un azzardo, un inutile sfida alla mia buona sorte. Eppure un “dopo” ci sarà e riprenderemo più o meno le nostre vecchie abitudini, comprese quelle ferroviarie. Nelle retorica del “ne usciremo migliori” non ho mai creduto. Le situazioni di emergenza tirano fuori il meglio o il peggio delle persone e se quel meglio può essere riconosciuto e premiato e persistere nel manifestarsi anche nel post emergenza, il peggio una volta scatenato resiste più a lungo e può essere calmierato solo dal restaurarsi delle normali convezioni sociali e dal timore del giudizio degli altri. Mi di fatto permane. Cinismo forse, ma mi volete dire che quando i pendolari torneranno ad affolare i treni si cedereanno il posto vicendevolmente con un sorriso? Formeranno file ordinate per salire, magari mantenendo il metro di distanza, cosicché la colonna umana sarà più lunga dell’intero convoglio? Non ci saranno più piedi sui sedili o borse ad occupare spazi destinati alle persone e sguardi indispettiti quando si osa chiedere di spostarle? O forse tutti pagheremo il biglietto rinsaviti dalla consapevolezza dei danni che l’evasione fiscale ha fatto al nostro Paese, in primis alla Sanità Pubblica di cui abbiamo avuto (sarà tutto alle spalle) tanto bisogno? Ho i miei dubbi, ma spero di potermi dare presto delle risposte.

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Il treno nei libri: A Bologna le bici erano come i cani

Paolo Nori. A Bologna le bici erano come i cani. Battiti, 2015.

Una volta c’era una, su un treno, di fronte a me, stava mangiando un Buondì al cioccolato […] C’era questa qua, le era suonato i, telefono, aveva risposto, aveva ascoltato un po’ e poi aveva detto “Non ti amo più”. E aveva messo giù. Poi aveva finito il suo Buondì al cioccolato.
E io mi ero ricordato di una volta che su un treno, era un treno regionale, pieno murato, e io ero in piedi nel corridoio, e con le braccia e le gambe toccavo contemporaneamente tre o quattro persone, e era inverno, e dentro il treno c’era il riscaldamento al massimo, e c’era un caldo che si crepava, e aveva suonato il mio, di cellulari, e io, piegando il bacino da un lato e facendo scivolare il braccio destro lungo il tronco avevo estratto il telefono dalla tasca e avevo risposto e mi avevano detto ” Ti odio”. E io avevo detto: “Va bene”.
[pp. 11-12]

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Resilienza

Un mese di gestione quotidiana, personale, di emergenza famigliare, domestica, lavorativa, sociale, sanitaria (per fortuna solo preventiva), amministrativa. Le lezioni on-Line di mia figlia, i suoi compiti da fare e seguite e gestire e inviare. La quotidianità che si resetta in tempi nuovi (la sveglia non più alle 6 del mattino, niente tempi di viaggio in auto e in treno), in modi nuovi (si recupera il non fatto, si scoprono cassetti abbandonati, armadi da ripulire, garage da svuotare), in nuove convivenze (spazi comuni da condividere in tempi nuovi, 24 ore al giorno nel bene e nel male), in forme nuove di lavoro (difficile il lavoro da casa nei tempo, nei modi, nelle distrazioni, nelle ore che passano lente). Le nuove urgenze ed emergenze da amministratrice quando appena era chiara la gestione del consueto (se mai esiste in questo compito il consueto) e la sensazione di non fare mai abbastanza. E poi esigenze costanti di informazione, connessione, social-izzazione. E la preoccupazione per i propri cari che  cozza con l’assurda sensazione che tutto sia un film di fantascienza trasmesso alla tv, lontano, intangibile eppure reale. E non sapere prevedere cosa sarà il futuro. E non avere un’oggettiva paura, ma dormire male e fare sogni angoscianti. Poi tutto esplode una mattina come le altre, quando ti svegli a marzo che nevica e ha tirato un altro colpo di terremoto e il tuo corpo semplicemente si rifiuta di andare. Ti da uno stop. Basta muoversi, pensare, preoccuparsi, parlare, socializzare, fare. Ferma. Imbozzolata sul divano immobile per ore, col calore del respiro del cane sulla schiena, l’odore di cibo che altri preparano, il suono lontano di una videolezione di inglese. Ritrovo il diritto e il bisogno di respirare e basta e ammettere che tutto questo non è indolore e che per andare avanti a volte bisogna fermarsi. Anche solo per poche ore. Si resetta il sistema e poi si ricomincia. 

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L’amore invano

La stazione è lontana, il divano vicino e anche quando torno al lavoro lo faccio in auto. Questione di prudenza. In questi giorni di mascherine, reclusione domestica, videoconferenze, lezioni on-line di mia figlia, mi imbatto in un compito assegnato alla “piccola” dalla prof. di musica. Quasi un monito o un invito a ricominciare a parlare di treni stazioni…

Robert Johnson, Love in vain, 1937

Rolling Stones, Love in vain, 1969

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Saluti in stazione ai tempi del contagio

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