[Cartaresistente] Città Raccontate: Modena n. 9 (Palazzo Santa Margherita)

Palazzo Santa MargheritaUn tavolo e una sedia al centro di una vasta sala col soffitto a volta. Chilometri di ripiani vuoti, ancora da riempire. Il ticchettio della macchina da scrivere rimbomba nella piacevole solitudine. Centinaia di cartellini gialli da compilare e inserire nei libri. I codici a barre e l’automazione dei prestiti verranno dopo qualche anno.
È il 1992, sono ancora una bibliotecaria in erba.

Il primo nucleo di libri appena tolto dagli scatoloni è di fumetti, Graphic novel: Magnus, Manara, Crepax, Bonvi, Pratt, Moebius, Watterson. Spesso abbandono la macchina da scrivere e mi perdo tra le loro pagine. La nuova sede della Biblioteca Civica Antonio Delfini è ancora chiusa al pubblico, ma all’interno si lavora. Dall’Istituto Musicale Orazio Vecchi, coinquilino dello stabile, si diffonde il suono di fiati, corde, percussioni che provano note, ripetono brani, in assolo o in concerto. Una sinfonia continua di sottofondo che accompagna e alleggerisce le giornate di lavoro. Libri e musica a Palazzo Santa Margherita. L’austera facciata neoclassica affaccia su Canalgrande che era canale, ma ora è prestigioso Corso del centro storico di Modena. Il Palazzo è imponente, semivuoto, copre l’area di un intero isolato e diventerà un luogo importante della vita cittadina. D’altronde la sua vocazione popolare risale al 1874, quando il Patronato dei Figli del Popolo lo scelse come sede e accolse e alloggiò qui i piccoli modenesi indigenti per istruirli e insegnar loro un mestiere. Anche la Società Sportiva Panaro, per il breve periodo in cui ebbe la sua sede nel Palazzo, fu una seconda casa per molti giovani e li trasformò in atleti, come quell’Alberto Braglia tre volte campione olimpionico a inizio ‘900.
Ogni tanto abbandono il tavolo da lavoro e mi affaccio sul più grande dei cinque cortili interni del Palazzo. È il chiostro d’ingresso, che è stato del Convento Francescano prima, alloggio dei Dragoni Francesi poi, ma farla tutta la storia di questo edificio diventa lunga, che son passati novecento anni dalla fondazione della Chiesa di Santa Margherita che ancora gli da il nome.
In questo chiostro, dall’apertura della Biblioteca, migliaia di studenti sosteranno in lunghe pause dallo studio. Vi nasceranno e finiranno amori, si consumeranno tragedie di esami non superati e si festeggeranno lauree, compleanni, nuovi incontri; si stringeranno amicizie precarie o durature e si vedranno volti che, dopo anni, si riconosceranno in altri luoghi della città. Qui piccoli modenesi scopriranno i loro primi libri e diventeranno adulti tra gli scaffali della Biblioteca. In questo chiostro nascerà un piccolo bar, coi suoi tavoli all’aperto e sarà luogo di ristoro e d’appuntamento, o punto di partenza per una passeggiata “in centro”. Perché ci sono luoghi che più di altri fanno parte della vita cittadina, che mai si lasciano o a cui si torna prima o poi.
E mentre guardo questo chiostro ancora vuoto, so già che me ne andrò tra un paio d’anni, scaduto il mio contratto a termine, ma tornerò saltuariamente e troverò il vuoto sempre un po’ più pieno: scale aperte, piani accessibili, cortili utilizzati, soppalchi inaugurati. Il Palazzo, nel tempo, sarà abitato da nuovi coinquilini: prima La Galleria Civica, con le sue mostre d’arte e di fotografia, poi il Museo della Figurina Panini, frutto dalla passione per il collezionismo di quel Giuseppe Panini che fondò, coi fratelli, le Edizioni Panini, che dal 1961 i loro album di figurine Calciatori hanno invaso l’Italia e ora sono un pezzo di modenesità nel mondo.
Eppure adesso, in questa pausa dal lavoro, non posso immaginare tutto questo e nemmeno so che proprio qui, tra molto tempo, porterò spesso mia figlia. Mano nella mano, andando verso le lezioni di musica del Conservatorio, ci fermeremo sotto i portici ad ascoltare le voci dei tenori che provano nel vicino Teatro Luciano Pavarotti. Poi leggeremo assieme nelle stanze della Biblioteca dedicate ai bambini e di nuovo, dopo anni d’assenza, questo Palazzo rientrerà nella mia vita. Perché dopo le scorribande giovanili, dopo la ricerca del mondo e di libertà, alla fine, a casa, si torna sempre.
Ma tutto questo ancora non lo so e per il momento mi risiedo al tavolo, a battere sui tasti della macchina da scrivere, nella sala vuota… ma aspetta, è un Jacovitti questo qui?

Foto di Filippo Maria Fabbri


Cartaresistente ha chiuso a gennaio 2018 e tutti i contenuti sono stati eliminati. Una perdita per molti visto la qualità degli scritti e delle immagini e le collaborazioni più o meno illustri che avevano fatto di Cartaresistene un punto di aggregazione per molti blogger. Ringrazio Nando e Davide per avermi accolta tra i loro autori e ripropongo qui i miei scritti perché conservarne memoria.

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L’uomo che pipa

Un forte odore dolciastro passa sulla banchina in una scia quasi visibile dall’intensità. Un segugio andrebbe a naso, ma date le mie limitate capacità olfattive di un essere umano, tocca girarsi alla ricerca della fonte di quell’aroma che, inconfondibilmente, proviene da una pipa. L’uomo se ne sta appoggiato alla ringhiera delle scale che portano al sottopasso. Apparentemente intento ad una conversazione telefonica, in realtà le sue dita non reggono nulla, se non la testa. In posizione di attesa attiva, dinamicamente fermo, non parla, non si esprime, non respira, ma pipa. A ben guardare nemmeno sta appoggiato, solamente la fine del suo gomito tocca l’inizio della ringhiera. Una coincidenza l’occupare uno spazio attiguo.
L’uomo che pipa guarda avanti a sé e presumibilmente pensa. Sempre il fumatore di pipa è associato a un’intensa attività di pensiero, una propensione alla posatezza, alla pazienza, all’attesa. Il pendolare perfetto l’uomo che pipa.

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Lettore con Oblio

David Foster Wallace. Oblio. Einaudi

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Trucco pendolare

La corsa al treno del mattino è impietosa e non conosce ostacoli. Colazione, trucco, acconciatura, recupero oggetti dimenticati, fare benzina all’auto, non sono nella lista delle priorità. L’unica cosa che conta è salire sul treno, arrivare sul binario in tempo utile. Lo stomaco si riempirà all’arrivo, gli oggetti dimenticati non serviranno, la macchina sarà in riserva (se va bene) e i capelli e il trucco si possono sempre aggiustare in treno. La donna trasformista che sale in pigiama e scende pronta a una serata di gala, è uno dei fenomeni più interessanti del pendolarismo. Solitamente sono accessoriate del necessario, efficienti, sbrigative, infallibili. Non una sbavatura, nonostante i sobbalzi, le decelerate, lo sballottio. Pochi gesti esperti, risultato di anni di allenamento di trucco pendolare e sono pronte ad affrontare la avversità della giornata.
La donna che incontro oggi ha però un livello decisamente avanzato; mente si trucca mantiene viva una conversazione telefonica con auricolari. Unico intoppo, mentre ascolta smette di stendersi il mascara sulle ciglia e rimane con la mano a mezz’asta che subito riprende la sua attività quando al ragazza ricomincia a parlare.
Fortunatamente la telefonata è breve e le operazioni di restauro mattutino terminano in tempo utile per la discesa. Tanto di cappello: io mi caverei un occhio nell’impresa.

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Lettrice col treno dell’ultima notte

Dacia Maraini. Il treno dell’ultima notte. Rizzoli

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“Binari” ad AmendolaDoc – DocuFilm sotto le stelle

All’interno della ricca programmazione estiva di “Sosteniamo la sostenibile bellezza di essere solidali”, Ingegneria Senza Frontiere Modena (pagina FB) in collaborazione con Loving Amendola, presenta 4 serate e 4 temi differenti. 4 Giovedì con 4 DocuFilm, con la cornice di 4 tra mostre e presentazioni. AmendolaDoc – DocuFilm sotto le stelle.

Stasera, alle 21.30, finalmente si proietta il docufilm Binari nella mia Modena, sulla terrazza del bar Loving Amendola, al Parco Amendola.

Io ci sarò a raccontare del documentario e del blog e ci sarà anche la mostra fotografica “3ni” dell’ormai famoso treno locale Gigietto, a cura di Legambiente Modena.

Da non perdere anche gli altri appuntamenti della rassegna nei prossimi giovedì del mese.

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L’uomo a righe

L’uomo a righe ha superato l’età della pensione come il suo guardaroba ha superato il concetto di modernità e temperatura, entrambi apparentemente senza alcun turbamento. L’uomo a righe risponde al cellulare con un “Chi è che parla?!” che “pronto” fa troppo agonismo, poi ci starebbe un “via” che non gli va di dire e più che una domanda il suo è un esigere di sapere chi lo cerca. Il volume della conversazione che segue è quello di chi vuole coprire a voce la distanza con l’interlocutore che sono tante le cose da dire, e non si sa mai… che questi gingilli moderni non danno poi affidamento. L’uomo a righe racconta che ha problemi con l’Enel, raccomanda a chi lo ascolta di “vedere l’avvocato di Modena” e dichiara che l’ospiterà volentieri in casa con anche “lei” e questo pronome femminile gettato nella conversazione, rievoca fantasmi di donne misteriose della cronaca mondana, come La dama bianca di coppiana memoria (inteso come il Coppi ciclista)

L’uomo a righe, la valigia gettata a terra con noncuranza, sparisce inghiottito dal treno, per ricomparire sul binario della stazione d’arrivo, sempre al telefono, ma stavolta con interlocutore francese. Parla spedito, con sicurezza, ma in una lingua scolastica senza accenti, sempre sulla soglia del maccheronico. Tiene il cellulare tra la spalla e l’orecchio e prende appunti appoggiato con un foglio al nuovo cartello della segnaletica. Le parti in braille del cartello rendono piuttosto traballante la sua grafia e lo costringono a spostarsi spesso lungo il piano d’appoggio, seguendo percorsi laterali e interni alle lettere e puntini.

L’uomo a righe finisce la conversazione scendendo le scale del sottopassaggio, bloccandosi a mezza scale, ricordandosi della sua valigia, gettata a terra con noncuranza anche su questo binario, qualche gradino più sopra e torna quindi sui suoi passi borbottando inni alla memoria della sua memoria ormai andata.

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Il treno nei libri: Poche parole, moltissime cose

Rosselle Milome. Poche parole, moltissime cose. Einaudi, 2013 (I coralli)

I treni pareva che l’aspettassero.
Non sapeva bene dove andare, e il non saperlo le fece più paura dell’idea di prendere il treno da sola; era difficile scappare in un posto che non si sa qual è, e per un momento provò fortissima, violenta, la tentazione di tornare a casa. Ma ormai il guaio era fatto è la madre l’avrebbe sicuramente sgridata, offesa e forse picchiata fino a non farla uscire più di casa.

Io ho sempre saputo dove andare; volevo andare nei posti che mi facevano stare bene. A casa mia non ci stavo sempre bene, eppure rimanevo perché dovevo. Non lo so. Non so se rimanere o andare dipende sempre da quello che uno vuole. Ora ho fatto quello che volevo, e sono felice. Tu dove andresti, per stare bene?

Anche lei voleva essere felice.
Vedeva passare un treno, poi un altro, poi un altro ancora. Arrivavano, si fermavano, sputavano via la gente, poi ne mangiavano altra, ripartivano. Il treno sapeva dove andare e forse anche quelle persone lì dietro ai finestrini.
La bambina rimase seduta su una giostra a forma di cavallo, fissando quei treni che sembrava s’inseguissero fino a quando qualcuno non si accorse di lei.
[pp. 187-188]

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[Cartaresistente] Ebbasta animazione sulla spiaggia!


Negli ultimi anni l’animazione sulle spiagge si è diffusa come una pandemia. Ragazzi appositamente selezionati, per lo più ventenni fisicamente instancabili, propongono acqua gin, balli di gruppo, giochi aperitivo e musica “tunz tunz tunz” a volumi da danno acustico. Spesso sono pure mascherati con improbabili, bizzarri costumi e parrucche che mettono a repentaglio la loro salute e suscitano il compatimento dei vacanzieri che li vedono sciogliere al sole. Ebbasta! Chiariamoci: io sulla spiaggia non voglio essere “animata”, semmai rivendico il mio diritto a svenire in pisolini ricorrenti, a cadere in uno stato catatonico da sole, bagni, settimana enigmistica e letture leggere. Passo 50 settimane all’anno tra rumori da stazione, suonerie di cellulari, annunci di altoparlanti e solo per circoscrivere la questione al mio pendolarismo. Non dico che sulla spiaggia io voglia il silenzio, ma nemmeno decibel da discoteca. Sulla ginnastica poi, già d’inverno non ho le energie necessarie, figuriamoci se ne spreco proprio in quei pochi giorni in cui dovrei recuperarle. Persino mia figlia si rifiuta di andare al mini club, appesantita da un anno di attività organizzate. Come se i bambini non sapessero giocare in autonomia sulla sabbia. E inutile è fuggire sulle spiagge libere; a meno che non si approdi in calle isolate, l’eco dall’animazione arriverà dai vicini bagni. Sopprimiamo, o per lo meno arginiamo il fenomeno che, a onor del vero, ha come unico pregio quello di occupare un esercito di ragazzi per la stagione estiva… e coi ritmi che tengono, se non fossero ventenni schiatterebbero in fretta.

Ebbasta d’autore
Foto di Filippo M. Fabbri


Cartaresistente ha chiuso a gennaio 2018 e tutti i contenuti sono stati eliminati. Una perdita per molti visto la qualità degli scritti e delle immagini e le collaborazioni più o meno illustri che avevano fatto di Cartaresistene un punto di aggregazione per molti blogger. Ringrazio Nando e Davide per avermi accolta tra i loro autori e ripropongo qui i miei scritti perché conservarne memoria.

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Treni pendolanti sospesi per ferie

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